La visita

moschettoneArriviamo al campo di allenamento con la nebbia che si è appena diradata e per terra è ancora tutto gelato. Yamandé ci aspetta sulla porta degli spogliatoi coperto da un pesante giaccone della squadra, è assieme a una signora molto elegante che assomiglia in modo incredibile a Concita De Gregorio.

La Signorina A., mia figlia, si ferma incerta. «Quello lì è Yamandé?» mi chiede, «me lo aspettavo più alto.»

La Signorina A. è molto sensibile alla questione altezza, come tutti i piccoli. Le dò una pacca sulla spalla che è anche una piccola spinta e ricominciamo a camminare, A. non oppone resistenza.

La telefonata è arrivata ieri sera, Yamandé si era detto disposto a incontrarmi in modo del tutto eccezionale, sanno tutti che non parla con la stampa. Io però non sono “la stampa”, tanto meno mia figlia, aver domandato se poteva venire anche lei ha definitivamente chiarito la mia posizione. All’aeroporto di Bologna c’era un autista ad aspettarci molto cerimonioso e loquace. Si sarà scusato mille volte per la nebbia e per il fatto che probabilmente ci avremmo messo più dell’ora prevista per arrivare a destinazione. L’accento emiliano mi mette comunque di buon umore, anche quando fuori dal finestrino è tutto uniformemente grigio.

«A che squadra tieni?» ha chiesto ad A. prendendola per un maschio.

«Al Genoa» ha risposto lei senza esitazione chiudendo la conversazione.

La signora si fa avanti decisa, ci saluta in un inglese con accento americano, mi rendo conto che è Isabel solo dopo che lei si è presentata. Yamandé resta sulla porta, sembra combattere l’istinto di sedersi per terra, si piega sulle gambe per un attimo e poi ritorna dritto. Rimane girato di tre quarti, ci guarda di sottecchi, ha effettivamente un linguaggio del corpo inusuale. A. ignora completamente Isabel e si mette di fronte a Yamandé che le dice «Ciao» in italiano. Dopo trenta secondi stanno andando insieme verso il campo con un pallone sotto al braccio. Io vorrei seguirli ma il fiume di parole di Isabel mi stordisce e non vorrei apparire scortese.

«… sono anime fragili, da proteggere, sono come le ali delle farfalle, basta toccarle e non volano più, è per questo che sta lontano dai riflettori e, chissà, non gliel’ho mai chiesto, è per quello che ha scelto una squadra di secondo piano. Per loro i soldi non significano niente, sono solo frammenti di un mondo che non conoscono utili in qualche scambio, non hanno l’idea delle quantità, cento, mille, un milione, non c’è molta differenza…»

Il fiato si condensa dalle nostre bocche quando parliamo, sono intirizzito dal freddo e vorrei almeno entrare negli spogliatoi ma Isabel non mi dà tregua. A. e Yamandé nel frattempo si stanno passando la palla. Chissà se Yamandé è consapevole dell’età di A., chissà se ricorda cosa significa avere 12 anni e giocare a calcio con uno sconosciuto.

«…primi in classifica è stata certamente una sorpresa. Però c’è qualcosa di animale in loro, di primordiale. Ma mi dicevi che vivete in Inghilterra?» modifica il suo accento e lo fa diventare britannico, «sono appena stata a Londra, una terra antica, la sento vibrare sotto ai tacchi, lo vedo negli occhi della gente…»

A. sta dicendo qualcosa a Yamandé, non posso immaginare in quale lingua. Dubito che in questi pochi mesi lui sia arrivato a capire bene l’italiano (o forse mi sbaglio?) e non credo proprio che lui parli inglese. Ridono. Anche il suo gesticolare è strano, ma forse non sta gesticolando, sta parlando nella sua lingua. Porta la palla fuori area corricchiando e subito si capisce che nel suo fisico c’è qualcosa di speciale. Ogni movimento è perfettamente misurato, ha qualcosa di felino.

«…non è facile ritornare nel villaggio, pensavo avrebbe sofferto maggiormente questo clima, il freddo, è una cosa a cui noi brasiliani non siamo affatto abituati, specialmente loro, io stessa quando ho lavorato a Ginevra, nonostante la sensazione eccitante di sentire tutti i fili che muovono il mondo passarmi accanto, di poterli toccare e modificare ben sapendo che ogni piccola perturbazione poteva causare all’altro capo grandi cambiamenti e così effettivamente è stato, Ginevra è in un certo senso il centro delle maree… Ma cosa stavo dicendo? Ah sì, che nonostante tutto questo ho sofferto il freddo, è stata molto dura per me…»

Il campo di allenamento è nel cuore della piccola città e, chissà, potrebbe non essere troppo diverso da quello di Macapá. Yamandé ha appoggiato la palla per terra, sorride sornione, prende la rincorsa e tira. Sarà che sono disabituato a vedere calcio dal vivo, in fondo stiamo comunque parlando di Serie A, nonostante l’apparente leggerezza del colpo il tiro mi pare violentissimo. La palla viaggia dritta e senza parabola a mezzo metro da terra e va a stamparsi prima su un palo poi sull’altro. Ridono, Yamandé fa un gesto a mia figlia, si mettono a correre e in men che non si dica si sono arrampicati sulla recinzione e sono spariti al di là. Isabel non sembra essersene accorta.

«…nessuna notizia, e questo non è necessariamente un segnale positivo, può darsi che questo che loro vivono come un bombardamento abbia avuto conseguenze che non ci aspettavamo, traumi, chissà…»

«Scusa se ti interrompo Isabel, ti dispiace se andiamo a vedere che fine hanno fatto?»

Li troviamo nel parco adiacente al campo su uno degli alberi più alti. A. sta spiegando qualcosa, Yamandé sorride, il sole finalmente è riuscito a farsi vedere anche se la temperatura non sembra voler aumentare. Il brivido che sento lungo la schiena non ha niente a che fare con il freddo, comunque. Se si spezza quel ramo…

«Mi hanno detto che si arrampica spesso su quegli alberi, la gente di qui è abituata e non ci fa più caso, in questo parco vengono le mamme con i bambini piccoli e non è raro vederlo giocare con loro, insomma, come ti dicevo sono molto particolari, hanno una spontaneità atavica che noi abbiamo perso, perfino i giornali scandalistici hanno smesso presto di occuparsene, sono così naturali, così veri, che questi comportamenti appaiono alla fine perfettamente naturali…»

Dopo due ore siamo già sull’aereo di ritorno. Alla fine sono riuscito a parlare con Yamandé per non più di trenta secondi, Isabel invece ha insitito per avere il mio numero, ha detto che ci sono ancora molte cose di cui dobbiamo parlare, magari per il prossimo libro. La Signorina A. tiene in mano una punta di freccia in bambù dalla manifattura sorprendentemente raffinata, con decorazioni alla base che ricordano piccole rane che si intrecciano tra loro. Evidentemente al controllo se la sono fatta sfuggire.

«Te l’ha regalata lui?»

«Sì, ha detto che viene dalla foresta. Vedi la punta che è più scura? È per il curaro, il veleno che usano.»

«E adesso non è velenosa? Se ti tagli che succede?»

«Ha detto di no, comunque ci sto attenta, così non ci sbagliamo.»

«E tu cosa gli hai regalato?»

«Il mio moschettone. Gli ho anche insegnato a usarlo. Mi ha ringraziato ma mi ha anche detto una cosa strana.»

«Cosa?»

«Ha detto che a volte è meglio cadere.»

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