Bacini, beijinhos e ricetta finale

Foto: Dulla Ampliar

Impazzita di gratitudine e gioia abbracciava i ragazzi, un po’ sconcertati da quella morbida mole bagnata di pianto e odorosa di iris, gli carezzava i capelli, riempiva loro le mani di beijinhos appena sfornati poi tornava a strappare Antônio dalle braccia delle sorelle per abbracciarlo di nuovo, abbracciava le figlie, abbracciava Norminha ed Ernesto come non li vedesse da anni, abbracciò piangendo e ridendo un infermiere coi baffi che passava per caso.

Zio Ernesto stappò due bottiglie di spumante italiano dopo aver spedito un’infermiera a cercare dei bicchieri «Su, siate gentile, fate presto che dobbiamo brindare!», i ragazzi si ingozzavano di dolcetti, le donne inzuppavano un fazzoletto via l’altro, i bambini intonarono per lo zio una canzoncina imparata all’asilo, zia Norminha batteva le mani: l’astanteria del Senhora dos Anjos non aveva visto tanto trambusto e lacrime e gioia da quando tredici anni prima la signora Anita Madeira de Andrade aveva dato lì alla luce, senza il tempo di arrivare in sala travaglio, i suoi quattro gemelli, due biondi e due bruni.

(“La mossa del tapiro”)

Ingredienti per una quindicina di beijinos
200 ml di latte condensato
2 cucchiai di farina di cocco
1 cucchiaio di burro
chiodi di garofano
cocco grattugiato

Tempo di preparazione: 30 min
Tempo di cottura: 10 min

In una casseruola mescolate 200 ml di latte condensato, 2 cucchiai di farina di cocco e un cucchiaio di burro
Amalgamate bene gli ingredienti mescolando con un cucchiaio di legno e cuocete a fuoco lento per 10 minuti mescolando finché il composto diventa denso e si stacca dalla casseruola.
Togliete dal fuoco, trasferite il composto in una ciotola imburrata e lasciatelo raffreddare.
Una volta freddo, formate delle palline e rotolatele nel cocco grattugiato o nello zucchero semolato.
Man mano che i beijinos saranno pronti metteteli nei pirottini di carta e guarnite ognuno con un chiodo di garofano.

Bacini.

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Le mirabolanti avventure di Pepè della foresta: El Dorado

Ancora un bicchiere, Pepè

Questa non la racconta facilmente.

Io stesso, grande, grandissimo reporter, ho dovuto quasi estorcerla con la forza. L’hanno picchiato, dice. Quattro bruti sono arrivati con il pick up e l’hanno portato da qualche parte. Pensava di morire di sete e di caldo, pensava che volessero lasciarlo marcire. La sera prima aveva fatto il gradasso, come al solito intendiamoci, e l’aveva sbandierata ai quattro venti. Il giorno dopo era a prendere sberle dio solo sa dove, a morire di sete e di caldo, soprattutto di sete.

Un’altra volta l’ha raccontato a una ragazza. Insomma ragazza, a una donna, a una di quelle donne… bene, non importa. Dice che da quel momento in poi l’ha guardato con due occhi spiritati, le tremavano le labbra. Dice che non ha voluto i soldi e ha lasciato di corsa la stanza, che il giorno dopo tutti alla taverna lo guardavano male e il giorno dopo e quello dopo ancora, che ci sono voluti mesi prima che la smettessero con quelle facce.

Scrivo “Dice” per aver sentito questo e molto altro uscire dalla sua bocca. Un’impresa facile? Tutt’altro.

Stavo seguendo una pista promettente, un segugio come me sta sempre seguendo una pista promettente ma questa era particolarmente promettente. Localizzare con precisione una certa area della Foresta Amazzonica da dove provengono… ma nemmeno questo importa veramente. Ero arrivato a Pepè dopo una lunga serie di peregrinazioni, non facile, non facile. Il farabutto ha iniziato davvero a commerciare in corsetteria femminile (chi ci avrebbe mai creduto?) e per questo si sposta continuamente, viaggia sempre. L’ho beccato una sera alle sette in un locale malfamato di Santana. Sbronzo perso, sdraiato su un divanetto in finta pelle nera, a canticchiare una canzoncina natalizia.

A me delle sue avventure nella foresta non importava molto, io volevo sentirmi dire altro, io volevo farmi raccontare di quando lui accompagnava i suoi polli da spennare nella foresta (non chiamateli turisti per l’amor del cielo!). Invece inizia con questa manfrina che ha paura, che qualcuno lo segue sempre, che quella volta se ne doveva stare zitto e anche quell’altra volta. Insomma, zitto non stava ma quello che diceva non era certo interessante. Almeno fin quando non ho deciso di buttare un po’ di benzina sul fuoco, di cachaça se vogliamo essere precisi. Per amore di statistica, e per odio del mio portafogli, ricordo che ne beve circa una bottiglia all’ora. Era quindi circa mezzanotte, abbracciato alla quinta bottiglia come se fosse l’amore della sua vita (e forse lo era) che ha cominciato a cantare. Non lalala, intendo a cantare proprio, a raccontarmi questa storia.

Come faceva il farabutto a portare i turisti (turisti!) nella foresta? La conosceva a menadito? Palmo a palmo? Certo che no. Si era creato un percorso a partire da poche centinaia di metri dalla baracca in cui abitava fino a una radura in riva al fiume, niente di che, la maggior parte erano piste segnate e sulle poche che non lo erano ci aveva dato dentro di machete. Il turista non se ne accorgeva, il turista dopo i primi due metri di vegetazione si sentiva nel cuore dell’Amazzonia, il turista si emoziona facilmente, si raggira facilmente.

La foresta meno. Ci sono corsi d’acqua che quando piove cambiano verso e a volte lo cambiano anche quando non piove. Ci sono laghi che a volte si seccano e ci trovi i tapiri a pascolare, c’è una vegetazione così rigogliosa che cambia in continuazione non lasciando nessun punto di riferimento. C’è il fatto che Pepè non è uno tanto bravo a orientarsi, finché si inoltra di un chilometro o due va bene ma non è un indio, non è un animale della foresta.

Dice che aveva avuto un incidente, che l’avevano salvato e che era tornato lì. Dice che non l’aveva raccontato nemmeno alla polizia perché, quindi (un segugio come me certe cose le capisce subito), aveva qualcosa da nascondere, aveva lasciato qualcosa di grosso, qualcosa che scotta, ed era andato a riprenderselo. Non che queste ultime cose me le abbia dette, le ho capite da solo.

Comunque è tornato a cercare il posto in cui ha avuto l’incidente e si è perso, ha guidato e guidato fino a quando non si è fatto quasi buio e ha deciso di fermarsi da qualche parte per la notte. Non è che nella foresta ci siano parcheggi, uno semplicemente si ferma dove si trova, non è che ci sia passaggio. E così Pepè già abbracciato alla sua bottiglia di cachaça, gli occhi che gli si chiudevano ha visto una cosa, un bagliore, una luce.

L’albero sotto a cui si era fermato non era un albero ma una statua. Alta almeno sei metri, dice. Larga, molto larga, ci vogliono almeno sei persone per abbracciarla completamente, dice. E, su questo Pepè non si può sbagliare, spostando un po’ le fronde e le liane che la circondavano quasi completamente non sembravano esserci dubbi: la statua era d’oro, d’oro massiccio.

La sua reazione non è stata composta. Ha pianto di gioia finché non ha finito le lacrime, ha urlato, ballato e naturalmente bevuto, bevuto fino allo sfinimento. Bevuto tanto che quando si è risvegliato era giorno pieno, pioveva a dirotto e si era dimenticato tutto, aveva messo in moto e se n’era andato.

“Pepè, sai dove ti trovavi? Magari in Suriname! Magari in Guiana!”

“No Opispo no. Non so dove mi trovavo, non lo so” risponde, mettendosi a piangere.

Perdersi nella foresta amazzonica

Questa storia non finisce bene, io lo so.
Altro che natura, altro che l’armonia dell’uomo e del cosmo, altro che recuperare i ritmi primordiali, io ci muoio in questa foresta di merda, muoio qui e nessuno saprà mai dove sono finito, altro che natura, muoio qui di fame e di sete, quanto ci vuole per morire, si muore prima di sete, si sa, ma ho ancora due dita d’acqua ma i ragni, non ci avevo pensato quando pensavo alla natura, magari fosse stato un giaguaro – oddio ci saranno giaguari qui – meglio un giaguaro ma non i ragni non voglio morire mangiato dai ragni, allora meglio un serpente, come quelli di cui mi parlava mia nonna che non fai neanche in tempo a dire intero il nome di gesùcristo e sei morto, meglio quello piuttosto che i ragni.

Si guardò attorno, nell’erba folta, per vedere se per caso il serpente fosse già in agguato. I pensieri gli si facevano sconnessi, la fame, la stanchezza, la sete. Si prese la testa tra le mani, i gomiti sulle ginocchia, forse era meglio lasciarsi morire lì, cosa poteva fare del resto.

E’ l’incipit de La mossa del tapiro. Le storie di questo libro sono completamente inventate, anche se ovviamente si fondano su un mondo realmente esistente e abbiamo preso spunto più volte dalla vita reale. La cosa buffa è che in più di un’occasione è stata la vita reale ad agganciarsi al romanzo. L’incipit qui riportato è stato scritto ad aprile 2014 (all’inizio l’incipit era un altro, quello che ora nella versione finale è il capitolo 1.0). Ad agosto 2014, invece, è davvero successo questo:

Gileno Vieira da Rocha, un ingegnere brasiliano di 65 anni, che lavorava per l’autostrada trans-amazzonica, si è perso nella foresta e sono passati 12 giorni prima che venisse ritrovato, fortunatamente ancora vivo.

Più avanti nel libro, quando riprendiamo ed espandiamo il pezzo descritto nell’incipit, scriviamo

Aveva camminato tutto il giorno, con in corpo soltanto una empanada ormai rinsecchita, due pacchetti di caramelle gommose al gusto ciliegia e due noci di cocco, l’unico frutto tra tutti quelli che aveva visto che non gli aveva fatto venire il sospetto di essere velenoso. Aveva fame, sete ed era molto stanco, ma soprattutto iniziava a essere davvero impaurito.

La principale conseguenza dello scrivere un romanzo a sei mani è che si discute anche sui passaggi più piccoli. Poiché abbiamo scritto senza incontrarci mai di persona, tali discussioni si sono svolte sui due siti che abbiamo usato per scrivere (Quip e Friendfeed) e quindi ne rimane traccia. Relativamente a questo passaggio, il mio (Leonardo) dubbio era questo:

Essendo nella foresta viene da chiedersi se non ci sia cibo in abbondanza. Magari ha paura di avvelenarsi, ma se ha molta fame qualche banana o altri frutti dovrebbe provarli, no?

Dubbio a cui Laura, che ha scritto il pezzo in questione, rispondeva così:

Mah, io ho guardato un po’ di cose relative alla foresta e mi pare di aver capito che c’è cibo per chi se lo sa procurare. Non ho letto, tra le piante della foresta, di banani: forse nelle cose che ho letto li dava per scontati, forse invece ce ne sono davvero pochi nel folto.

Se leggi (dovrei aver messo nei facts qualche link, adesso riguardo e semmai li aggiungo) vedi che ci sono questi alberi altissimi, 50 o 60 metri, e sotto è davvero molto scuro, forse i banani hanno bisogno di più luce e stanno dove prendono più sole? Vado a leggere meglio, poi vediamo come sistemare la frase.

Qui, per esempio: “Il manto vegetale si dispone a strati sovrapposti come se a una foresta se ne sovrapponessero altre. Lo strato più basso è formato da un fitto sottobosco, fatto di arbusti intricatissimi, di felci giganti, di piante carnivore, tra cui i raggi del sole penetrano a stento: tutte queste specie fanno a gara per uscire dalla penombra e conquistarsi un po’ di luce preziosa. Intorno alle radici contorte degli alberi e intorno ai tronchi pendono e si avvolgono liane, piante rampicanti e un numero infinito di piante parassite o semplici epifite, che si appoggiano ad altre piante per vivere, formando un groviglio inestricabile. Nello strato superiore si trovano gli esemplari di media grandezza sopra cui svettano le chiome larghe dei grandi alberi che raggiungono i 50-60 metri di altezza. Anche dalle foto non sembra di intravedere niente che a colpo d’occhio a me farebbe venire in mente “commestibile” . Qui invece di piante commestibili se ne parla.

Insomma, ci chiedevamo cosa si può mangiare se ci si perde nel fitto della foresta amazzonica. Ebbene, cosa ci insegna la vita reale? Che l’ingegner Vieira da Rocha è sopravvissuto nutrendosi di mosche e vespe.

(P.S. Chi ha letto il romanzo forse noterà anche la coincidenza relativa al cognome dell’ingegnere. Vale la pena sottolineare che noi abbiamo scelto il cognome di Antonio mesi prima di venire a sapere della storia di Vieira da Rocha)

Avere saudade dei tempi dell’hoppìpolla

Molto tempo addietro Antônio aveva letto un articolo sulle parole uniche nelle varie lingue del mondo, quelle che è difficile tradurre perché è difficile renderne il significato. L’unica parola portoghese che compariva tra le prime dieci era ‘saudade’ e Antônio ricordava di aver trovato la cosa divertente perché in effetti era sempre sembrata una parola poco comprensibile anche a lui.

Il significato gli era chiarissimo, ovviamente, ma faticava a farlo suo e a capire come si potesse provare saudade per qualsiasi cosa, come sembravano fare molti dei suoi conoscenti. Aveva ipotizzato che ciò fosse dovuto almeno in parte al fatto di non aver mai lasciato Macapá, ma anche le sue sorelle facevano sempre le stesse cose e vivevano persino nella stessa casa di famiglia in cui erano nate, eppure parlavano in continuazione della saudade, per un amico che non vedevano da tempo, la maestra della scuola, un piatto che mangiavano da bambine, un giocattolo…

hopipolla

Sono numerosissimi e tutti molto interessanti gli articoli che si trovano su internet cercando “parole intraducibili“. Salta fuori che, a differenza di quanto letto da Antônio, ce ne sono anche altre portoghesi, come Cafuné (l’atto di passare delicatamente la mano tra i capelli di qualcuno).

Sono una più bella dell’altra, ma secondo me la più bella di tutte, per il suono e per le immagini che evoca è l’islandese Hoppìpolla, saltare nelle pozzanghere. Cosa che a Macapá, tra l’altro, si può fare in abbondanza, durante la lunga stagione del fango.

Maria Eduarda Santos

 

likes

Questa storia non si svolge nel nostro mondo. Questa storia si svolge in un mondo parallelo nel quale sono imprigionata. Aiutatemi. Fino a settimana scorsa andavo a  letto felice, come la settimana prima e ancora quella precedente. Il mio nome è Maria Eduarda Santos e da questa settimana sto vivendo in un incubo.

Ma andiamo con ordine. Frequento l’ultimo anno del Colégio Sagrado Coração de Maria di Brasília e sono la ragazza più amata della scuola.

Non dai maschi, non in quel senso.

Sono la ragazza più amata e non è difficile capire perché: sono carina, simpatica, molto intelligente, ballo bene, sono solare e un po’ pazza; mi piace ballare, i ragazzi con la moto, la birra, la musica e ballare. Ho scritto due volte ballare perché ballare mi piace molto e lo volevo far capire bene, mi piace ballare. Mi piace anche la musica però, quella un po’ classica, Justin Bieber e altri grandi pezzi di qualche anno fa.

A scuola non vado tanto bene, anzi per due anni di fila ci sono state molte discussioni a riguardo. Tra mio padre e la preside, intendo. Papà ritiene inaccettabile questo accanimento della scuola nei miei confronti e per due volte è finita che stava per denunciare la preside, insomma, ha fatto in modo che mi promuovessero. Io in fondo penso che se una passa tutto l’anno a non fare assolutamente niente, a stare sempre ventiquattr’ore su ventiquattro su Facebook poi è normale che i suoi voti si abbassino un po’ eh. No, non è vero, non ventiquattro, di notte qualche ora la dormo.

A proposito di Facebook, fino a settimana scorsa detenevo il record di like della scuola. Intendo dire nel mondo normale, nel mondo così com’era fino a ieri, la pagina che aveva più like in tutta la scuola era mia: 3281 persone che hanno cliccato su Curtir.

Chiaramente quando una è in vista come me e anche molto amata come sono io qualche invidia è normale. Cioè. Anch’io sarei invidiosa di un’altra che fosse come me, anche se naturalmente è impossibile perché sono unica. Insomma c’è un gruppetto di ragazze dispettose che, cioè mi fanno proprio le linguacce e quelle cose così, non mi parlano, mi evitano proprio.

Sono invidiose della mia pagina Facebook, è la pagina della scuola. Sono invidiose perché sono stata più furba di loro. Dicono che è stato papà a comprare i like ma non è vero, figuriamoci. Papà è andato dalla professoressa di scienze, che è anche quella che fa un’ora alla settimana di informatica, sì quando si ricorda, forse sarà un’ora al mese, e le ha detto che se durante le sue ore classe dopo classe, anno dopo anno, tutti avessero messo il like alla mia pagina, beh, avrebbero tutti imparato a usare Facebook no?

Non che ci sia davvero bisogno, cioè qui Facebook lo sanno usare tutti e anche molto meglio della prof, però diciamo che papà in questo modo le ha fatto capire che così facendo avrebbe valorizzato una risorsa importante della scuola, cioè me, cioè la mia pagina, cioè me.

Papà mi vuole bene, mi ha già detto più volte che fra qualche anno la sua azienda agricola diventerà tutta mia, il terreno, le bestie, il personale, tutto mio. Vedete come mi vuole bene no? Tutto mio, troppo bello!

Lunedì scorso la fine di tutto. Papà mi porta a scuola con la Volvo come al solito, entro in classe e lo vedo subito che c’è qualcosa che non va. C’è quella Dani che mi vede da in fondo al corridoio e anziché ignorarmi come fa di solito mi fa uno dei suoi sorrisini da prenderla a sberle, mi sventola il cellulare e se ne va in classe. Ci ho messo un po’ a capire. Le mie amiche tenevano gi occhi bassi, mi evitavano. LE MIE AMICHE!!!

Alla fine lo sono venuta a sapere, naturalmente, non è facile tenere nascoste le cose a una intelligente come me. Ed è un incubo. C’è questa Yaia che ha messo su una pagina su quegli indiani che giocano a calcio, sapete, quegli Asu Ka’a e, non so, un incubo. È finita anche in TV, un incubo. Nel momento in cui sto scrivendo, non riesco a crederci, guardate l’immagine, un disastro, sessantadue milioni di like, un disastro.

Ma cara Yaia ti aspetto al varco. Dicevate che la mia pagina era ruffiana? E la tua allora? Ti aspetto al varco cara Yaia, non dubitare, papà si inventerà qualcosa, vedrai!

La partita in cui una squadra nazionale segnò un autogol per passare il turno

Nella fase di qualificazione della Coppa dei Caraibi del 1994, gli organizzatori decisero di sperimentare una nuova regola: nonostante che si trattasse di una fase a gironi, si stabilì che le partite non potevano terminare in parità. In caso di pareggio al 90° si sarebbero giocati i tempi supplementari con il golden goal, che avrebbe avuto valore doppio ai fini della differenza reti; in caso di ulteriore parità, si sarebbero tirati i calci di rigore, e riguardo alla differenza reti la vittoria ai rigori sarebbe stata contata come un gol.

Questa regola, che io posso solo pensare sia stata partorita da un dirigente giamaicano notevolmente appassionato di ganja, mostrò i suoi effetti paradossali quando si arrivò all’ultima partita del gruppo 1, Barbados-Grenada. Per effetto dei risultati precedenti, le Barbados per passare il turno dovevano vincere la partita con due gol di scarto; Grenada si qualificava anche se perdeva di un solo gol.

Effettivamente le Barbados andarono avanti sul 2-0, ma all’83° Grenada accorciò le distanze, portandosi sull’1-2 che li avrebbe qualificati. A questo punto le Barbados avevano solo sette minuti per segnare il gol del 3-1 che gli serviva. Ma avevano anche un’altra possibilità.

Se la partita fosse finita in parità, si sarebbe andati ai tempi supplementari, dove i barbadiani avrebbero avuto trenta minuti di tempo per cercare il golden goal che, avendo valore doppio, gli avrebbe dato il +2 di differenza reti che gli serviva per passare il turno.

E infatti un difensore delle Barbados buttò immediatamente palla nella propria porta, portando il risultato sul 2-2.

I giocatori di Grenada si fermarono un minuto per capire che cosa stava succedendo: a questo punto, se si fosse segnato un gol, uno qualunque, si sarebbe rotta la parità, la partita non sarebbe andata ai supplementari ed in ogni caso un gol di scarto non sarebbe bastato ad eliminarli. I barbadiani invece dovevano difendere la parità per andare ai supplementari, dove poi cercare il golden goal.

Nei minuti restanti si assistette quindi al divertente spettacolo dei giocatori di Grenada che cercavano di segnare in una qualunque delle due porte, mentre quelli delle Barbados le difendevano entrambe. Praticamente un nuovo sport.

La tattica delle Barbados risultò vincente: riuscirono ad arrivare al 90° sul 2-2, e nei supplementari segnarono il golden goal che li qualificò.

(ottimamente narrato da lester su friendfeed http://ff.im/1kMgjy)

http://en.wikipedia.org/wiki/Barbados_4%E2%80%932_Grenada_%281994_Caribbean_Cup_qualification%29

Il muro

Cosa succede quando una città come Macapá diventa improvvisamente così famosa? Che la municipalità decide di fare un’operazione cosmetica: asfaltare le strade, ripulire le piazze, dare una mano di bianco o un giro di intonaco a quelle case il cui aspetto denotava un’incuria eccessiva. L’arrivo della stampa e di qualche turista in più, un’ondata a cui far fronte in qualche modo, passerà anche questo. Ma nel frattempo bisogna darsi da fare, bisogna diventare più belli.

La piccola vicenda che raccontiamo avvenne in un posto marginale della città, ai confini di una baixada molto povera, un posto di fango, aquiloni viola, sporcizia e naturalmente calcio. Un posto dove a partire dal mattino presto un gruppo di ragazzini si incontrava in uno slargo, non può essere definito piazza, e iniziava a giocare con la palla andando avanti a giocare, ininterrottamente, finché il buio gli impediva di vedere qualunque cosa. Ragazzini poveri di tutte le età. Alcuni sembrava che avessero appena iniziato a camminare altri con già il corpo, e l’odore, di giovani uomini.

Unica nota stonata, il pallone con cui giocavano era un Brazuca della finale, quello con i bordini dorati, che sembrava proprio originale, nuovo e splendente. Davvero una perla nel fango.

Una mattina i primi ragazzini che stavano già andando allo spiazzo per iniziare la loro giornata di amicizia e calci al pallone si trovarono di fronte uno spettacolo inaspettato: una flotta di mezzi gialli lucenti era già al lavoro. Avevano asfaltato i primi metri della strada che da generazioni era sempre stata sterrata. Avevano gettato l’asfalto così, direttamente sopra la polvere e le pozzanghere, chissà quanto sarebbe durato, ma già quel principio di striscia nera faceva una strana impressione nei ragazzi, non sembrava più casa loro.

Poco distante alcune gru erano state messe in posizione strategica sotto a mura recintate alla bell’e meglio. Avevano intenti bellicosi lo si capiva bene, erano stati scelti proprio i muri più scalcinati, qualcuno presto li avrebbe rimessi a nuovo. Una radio locale trasmetteva gli oroscopi letti da una donna con una parlata velocissima.

Tra tutti i muri scalcinati della zona ce n’era uno particolarmente caro ai ragazzini, il muro più lontano, quello con una porta incisa nell’intonaco, la LORO porta. Quando i più grandicelli cominciarono a riunirsi, smarriti, un signore di mezza età con una tuta da lavoro arancione stava già recintando anche quel muro. La reazione dei ragazzi fu unanime, si precipitarono urlando NO! NO! e si misero tutti in fila contro la parete impedendo agli uomini di lavorare.

Uno dei ragazzi in particolare sembrava più deciso degli altri. Mentre il responsabile del cantiere si avvicinava a passi lenti scuotendo un po’ la testa questo ragazzino già stava dicendo all’uomo con la tuta arancione: «Questo muro non lo potete toccare! Chiami chi vuole, il suo capo, il sindaco, la presidente, chi vuole! Anch’io ho conoscenze in alto sa? Oh sì, le ho. Lei chiami chi vuole, questo è il nostro muro, lo vede? Quelli scritti lì sopra sono i notri nomi! Lei chiami chi vuole ma noi da qui non ce ne andiamo!»

Non ci fu possibilità di farlo ragionare. Il ragazzino, con un gruppo di amici, rimase attaccato a quel muro tutto il giorno e tutta la sera. Non era particolarmente bello:

Tutto il muro era pieno di piccoli buchi, il più grande della dimensione di un pugno, e di scritte fatte con gessetti colorati scolorite dalla polvere e dalla pioggia.

Eppure era il loro muro.

La mattina dopo il ragazzino dopo una notte insonne si presentò davanti al muro con qualcuno di importante, qualcuno con la tuta verdeoro della nazionale, due persone che tutti riconobbero al primo colpo. Erano gentili, il giocatore diceva pochissime parole, chiese scusa più volte, indicò un buco più grande con un sorriso, l’allenatore ottenne di ritardare i lavori, disse che avrebbe pensato a una soluzione, chiamò al cellulare un certo George. Si allontanarono salutando e facendo autografi a tutti, gli operai con gli occhi colmi di gioia, i dirigenti felici di poter raccontare una storia meravigliosa la sera a casa. Nemmeno se si fosse materializzato iddio in persona sarebbero stati così felici.

Il capo cantiere si avvicinò al ragazzino per dargli una pacca sulla spalla.

«Ce l’hai fatta» gli disse «era vero che conoscevi qualcuno di importante. Posso sapere come ti chiami?»

«Marcos,» rispose lui «mi chiamo Marcos.»

«Come lui?» chiese il capo cantiere indicando il giocatore della nazionale brasiliana.

«No, è lui che si chiama come me» concluse il ragazzino.

(La fotografia è di Vito Bellino e non è solo bellissima, è perfetta.)