Per salvare la foresta facciamo anche questo

Una tribù nella parte ecuadoriana della Foresta Amazzonica ha deciso di dedicarsi alla coltivazione del cocco, abbandonando la caccia, pur di salvare la foresta.

(via Sciencedaily)

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Natale nella foresta

Seduto su una grossa radice, tra l’ombra e il sole, Antônio guardava il villaggio muoversi, gli uomini tornare dalla caccia, le donne affaccendate, i bambini che sembravano dappertutto nello stesso momento. Sono in questo villaggio da tredici giorni, tredici tacche su quell’unico tronco che mi hanno permesso di toccare, le ho contate e ricontate. A casa staranno organizzando i soccorsi, un elicottero di certo arriverà a momenti, se non oggi domani, dopodomani al più tardi. Guardò quasi senza vederlo un petalo bianco, un pappo, un grumo di polline che galleggiando nell’aria calda gli si era posato sul braccio. Sembra un fiocco di neve, pensò. Non che lui l’avesse mai vista dal vero, la neve, avendola conosciuta soltanto al cinema e nei libri, ma era certo di sapere com’era. E il pensiero della neve improvvisamente si saldò col conteggio dei giorni che aveva appena fatto: la neve, sono arrivato qui tredici giorni fa, sono partito da Monte Dourado il quattro dicembre, poi i giorni lungo il fiume, la jeep, la neve… Tra due giorni è Natale!

DOPODOMANI SARA’ NATALE! Questa è una notizia urgente, devo dirlo a qualcuno, è Natale! È Natale, devo dirlo…

Non c’era nessuno a cui dirlo.

Non mancavano le persone, anzi, i cacciatori erano tornati dalla battuta con le carcasse di due animali enormi e si stavano radunando nella radura, non vedevano l’ora di mettersi a giocare, chissà dove erano stati a caccia: avevano tutte le gambe sporche di una sostanza giallognola che sembrava appiccicosa e, Antônio non si sbagliava, molto puzzolente. Le donne erano ovunque, chi non stava giocando cuoceva cose imprecisate sui fuochi, altre erano in disparte che ridevano e chiacchieravano. I bambini erano dappertutto, rumorosi e irrefrenabili. Però non c’era nessuno a cui dirlo, quella lingua incomprensibile non consentiva nessuna comunicazione neanche minimale. Non c’era nessuno a cui dirlo: *è Natale, i regali, i bambini…*

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La visita

moschettoneArriviamo al campo di allenamento con la nebbia che si è appena diradata e per terra è ancora tutto gelato. Yamandé ci aspetta sulla porta degli spogliatoi coperto da un pesante giaccone della squadra, è assieme a una signora molto elegante che assomiglia in modo incredibile a Concita De Gregorio.

La Signorina A., mia figlia, si ferma incerta. «Quello lì è Yamandé?» mi chiede, «me lo aspettavo più alto.»

La Signorina A. è molto sensibile alla questione altezza, come tutti i piccoli. Le dò una pacca sulla spalla che è anche una piccola spinta e ricominciamo a camminare, A. non oppone resistenza.

La telefonata è arrivata ieri sera, Yamandé si era detto disposto a incontrarmi in modo del tutto eccezionale, sanno tutti che non parla con la stampa. Io però non sono “la stampa”, tanto meno mia figlia, aver domandato se poteva venire anche lei ha definitivamente chiarito la mia posizione. All’aeroporto di Bologna c’era un autista ad aspettarci molto cerimonioso e loquace. Si sarà scusato mille volte per la nebbia e per il fatto che probabilmente ci avremmo messo più dell’ora prevista per arrivare a destinazione. L’accento emiliano mi mette comunque di buon umore, anche quando fuori dal finestrino è tutto uniformemente grigio.

«A che squadra tieni?» ha chiesto ad A. prendendola per un maschio.

«Al Genoa» ha risposto lei senza esitazione chiudendo la conversazione.

La signora si fa avanti decisa, ci saluta in un inglese con accento americano, mi rendo conto che è Isabel solo dopo che lei si è presentata. Yamandé resta sulla porta, sembra combattere l’istinto di sedersi per terra, si piega sulle gambe per un attimo e poi ritorna dritto. Rimane girato di tre quarti, ci guarda di sottecchi, ha effettivamente un linguaggio del corpo inusuale. A. ignora completamente Isabel e si mette di fronte a Yamandé che le dice «Ciao» in italiano. Dopo trenta secondi stanno andando insieme verso il campo con un pallone sotto al braccio. Io vorrei seguirli ma il fiume di parole di Isabel mi stordisce e non vorrei apparire scortese.

«… sono anime fragili, da proteggere, sono come le ali delle farfalle, basta toccarle e non volano più, è per questo che sta lontano dai riflettori e, chissà, non gliel’ho mai chiesto, è per quello che ha scelto una squadra di secondo piano. Per loro i soldi non significano niente, sono solo frammenti di un mondo che non conoscono utili in qualche scambio, non hanno l’idea delle quantità, cento, mille, un milione, non c’è molta differenza…»

Il fiato si condensa dalle nostre bocche quando parliamo, sono intirizzito dal freddo e vorrei almeno entrare negli spogliatoi ma Isabel non mi dà tregua. A. e Yamandé nel frattempo si stanno passando la palla. Chissà se Yamandé è consapevole dell’età di A., chissà se ricorda cosa significa avere 12 anni e giocare a calcio con uno sconosciuto.

«…primi in classifica è stata certamente una sorpresa. Però c’è qualcosa di animale in loro, di primordiale. Ma mi dicevi che vivete in Inghilterra?» modifica il suo accento e lo fa diventare britannico, «sono appena stata a Londra, una terra antica, la sento vibrare sotto ai tacchi, lo vedo negli occhi della gente…»

A. sta dicendo qualcosa a Yamandé, non posso immaginare in quale lingua. Dubito che in questi pochi mesi lui sia arrivato a capire bene l’italiano (o forse mi sbaglio?) e non credo proprio che lui parli inglese. Ridono. Anche il suo gesticolare è strano, ma forse non sta gesticolando, sta parlando nella sua lingua. Porta la palla fuori area corricchiando e subito si capisce che nel suo fisico c’è qualcosa di speciale. Ogni movimento è perfettamente misurato, ha qualcosa di felino.

«…non è facile ritornare nel villaggio, pensavo avrebbe sofferto maggiormente questo clima, il freddo, è una cosa a cui noi brasiliani non siamo affatto abituati, specialmente loro, io stessa quando ho lavorato a Ginevra, nonostante la sensazione eccitante di sentire tutti i fili che muovono il mondo passarmi accanto, di poterli toccare e modificare ben sapendo che ogni piccola perturbazione poteva causare all’altro capo grandi cambiamenti e così effettivamente è stato, Ginevra è in un certo senso il centro delle maree… Ma cosa stavo dicendo? Ah sì, che nonostante tutto questo ho sofferto il freddo, è stata molto dura per me…»

Il campo di allenamento è nel cuore della piccola città e, chissà, potrebbe non essere troppo diverso da quello di Macapá. Yamandé ha appoggiato la palla per terra, sorride sornione, prende la rincorsa e tira. Sarà che sono disabituato a vedere calcio dal vivo, in fondo stiamo comunque parlando di Serie A, nonostante l’apparente leggerezza del colpo il tiro mi pare violentissimo. La palla viaggia dritta e senza parabola a mezzo metro da terra e va a stamparsi prima su un palo poi sull’altro. Ridono, Yamandé fa un gesto a mia figlia, si mettono a correre e in men che non si dica si sono arrampicati sulla recinzione e sono spariti al di là. Isabel non sembra essersene accorta.

«…nessuna notizia, e questo non è necessariamente un segnale positivo, può darsi che questo che loro vivono come un bombardamento abbia avuto conseguenze che non ci aspettavamo, traumi, chissà…»

«Scusa se ti interrompo Isabel, ti dispiace se andiamo a vedere che fine hanno fatto?»

Li troviamo nel parco adiacente al campo su uno degli alberi più alti. A. sta spiegando qualcosa, Yamandé sorride, il sole finalmente è riuscito a farsi vedere anche se la temperatura non sembra voler aumentare. Il brivido che sento lungo la schiena non ha niente a che fare con il freddo, comunque. Se si spezza quel ramo…

«Mi hanno detto che si arrampica spesso su quegli alberi, la gente di qui è abituata e non ci fa più caso, in questo parco vengono le mamme con i bambini piccoli e non è raro vederlo giocare con loro, insomma, come ti dicevo sono molto particolari, hanno una spontaneità atavica che noi abbiamo perso, perfino i giornali scandalistici hanno smesso presto di occuparsene, sono così naturali, così veri, che questi comportamenti appaiono alla fine perfettamente naturali…»

Dopo due ore siamo già sull’aereo di ritorno. Alla fine sono riuscito a parlare con Yamandé per non più di trenta secondi, Isabel invece ha insitito per avere il mio numero, ha detto che ci sono ancora molte cose di cui dobbiamo parlare, magari per il prossimo libro. La Signorina A. tiene in mano una punta di freccia in bambù dalla manifattura sorprendentemente raffinata, con decorazioni alla base che ricordano piccole rane che si intrecciano tra loro. Evidentemente al controllo se la sono fatta sfuggire.

«Te l’ha regalata lui?»

«Sì, ha detto che viene dalla foresta. Vedi la punta che è più scura? È per il curaro, il veleno che usano.»

«E adesso non è velenosa? Se ti tagli che succede?»

«Ha detto di no, comunque ci sto attenta, così non ci sbagliamo.»

«E tu cosa gli hai regalato?»

«Il mio moschettone. Gli ho anche insegnato a usarlo. Mi ha ringraziato ma mi ha anche detto una cosa strana.»

«Cosa?»

«Ha detto che a volte è meglio cadere.»

Bacini, beijinhos e ricetta finale

Foto: Dulla Ampliar

Impazzita di gratitudine e gioia abbracciava i ragazzi, un po’ sconcertati da quella morbida mole bagnata di pianto e odorosa di iris, gli carezzava i capelli, riempiva loro le mani di beijinhos appena sfornati poi tornava a strappare Antônio dalle braccia delle sorelle per abbracciarlo di nuovo, abbracciava le figlie, abbracciava Norminha ed Ernesto come non li vedesse da anni, abbracciò piangendo e ridendo un infermiere coi baffi che passava per caso.

Zio Ernesto stappò due bottiglie di spumante italiano dopo aver spedito un’infermiera a cercare dei bicchieri «Su, siate gentile, fate presto che dobbiamo brindare!», i ragazzi si ingozzavano di dolcetti, le donne inzuppavano un fazzoletto via l’altro, i bambini intonarono per lo zio una canzoncina imparata all’asilo, zia Norminha batteva le mani: l’astanteria del Senhora dos Anjos non aveva visto tanto trambusto e lacrime e gioia da quando tredici anni prima la signora Anita Madeira de Andrade aveva dato lì alla luce, senza il tempo di arrivare in sala travaglio, i suoi quattro gemelli, due biondi e due bruni.

(“La mossa del tapiro”)

Ingredienti per una quindicina di beijinos
200 ml di latte condensato
2 cucchiai di farina di cocco
1 cucchiaio di burro
chiodi di garofano
cocco grattugiato

Tempo di preparazione: 30 min
Tempo di cottura: 10 min

In una casseruola mescolate 200 ml di latte condensato, 2 cucchiai di farina di cocco e un cucchiaio di burro
Amalgamate bene gli ingredienti mescolando con un cucchiaio di legno e cuocete a fuoco lento per 10 minuti mescolando finché il composto diventa denso e si stacca dalla casseruola.
Togliete dal fuoco, trasferite il composto in una ciotola imburrata e lasciatelo raffreddare.
Una volta freddo, formate delle palline e rotolatele nel cocco grattugiato o nello zucchero semolato.
Man mano che i beijinos saranno pronti metteteli nei pirottini di carta e guarnite ognuno con un chiodo di garofano.

Bacini.

Le mirabolanti avventure di Pepè della foresta: El Dorado

Ancora un bicchiere, Pepè

Questa non la racconta facilmente.

Io stesso, grande, grandissimo reporter, ho dovuto quasi estorcerla con la forza. L’hanno picchiato, dice. Quattro bruti sono arrivati con il pick up e l’hanno portato da qualche parte. Pensava di morire di sete e di caldo, pensava che volessero lasciarlo marcire. La sera prima aveva fatto il gradasso, come al solito intendiamoci, e l’aveva sbandierata ai quattro venti. Il giorno dopo era a prendere sberle dio solo sa dove, a morire di sete e di caldo, soprattutto di sete.

Un’altra volta l’ha raccontato a una ragazza. Insomma ragazza, a una donna, a una di quelle donne… bene, non importa. Dice che da quel momento in poi l’ha guardato con due occhi spiritati, le tremavano le labbra. Dice che non ha voluto i soldi e ha lasciato di corsa la stanza, che il giorno dopo tutti alla taverna lo guardavano male e il giorno dopo e quello dopo ancora, che ci sono voluti mesi prima che la smettessero con quelle facce.

Scrivo “Dice” per aver sentito questo e molto altro uscire dalla sua bocca. Un’impresa facile? Tutt’altro.

Stavo seguendo una pista promettente, un segugio come me sta sempre seguendo una pista promettente ma questa era particolarmente promettente. Localizzare con precisione una certa area della Foresta Amazzonica da dove provengono… ma nemmeno questo importa veramente. Ero arrivato a Pepè dopo una lunga serie di peregrinazioni, non facile, non facile. Il farabutto ha iniziato davvero a commerciare in corsetteria femminile (chi ci avrebbe mai creduto?) e per questo si sposta continuamente, viaggia sempre. L’ho beccato una sera alle sette in un locale malfamato di Santana. Sbronzo perso, sdraiato su un divanetto in finta pelle nera, a canticchiare una canzoncina natalizia.

A me delle sue avventure nella foresta non importava molto, io volevo sentirmi dire altro, io volevo farmi raccontare di quando lui accompagnava i suoi polli da spennare nella foresta (non chiamateli turisti per l’amor del cielo!). Invece inizia con questa manfrina che ha paura, che qualcuno lo segue sempre, che quella volta se ne doveva stare zitto e anche quell’altra volta. Insomma, zitto non stava ma quello che diceva non era certo interessante. Almeno fin quando non ho deciso di buttare un po’ di benzina sul fuoco, di cachaça se vogliamo essere precisi. Per amore di statistica, e per odio del mio portafogli, ricordo che ne beve circa una bottiglia all’ora. Era quindi circa mezzanotte, abbracciato alla quinta bottiglia come se fosse l’amore della sua vita (e forse lo era) che ha cominciato a cantare. Non lalala, intendo a cantare proprio, a raccontarmi questa storia.

Come faceva il farabutto a portare i turisti (turisti!) nella foresta? La conosceva a menadito? Palmo a palmo? Certo che no. Si era creato un percorso a partire da poche centinaia di metri dalla baracca in cui abitava fino a una radura in riva al fiume, niente di che, la maggior parte erano piste segnate e sulle poche che non lo erano ci aveva dato dentro di machete. Il turista non se ne accorgeva, il turista dopo i primi due metri di vegetazione si sentiva nel cuore dell’Amazzonia, il turista si emoziona facilmente, si raggira facilmente.

La foresta meno. Ci sono corsi d’acqua che quando piove cambiano verso e a volte lo cambiano anche quando non piove. Ci sono laghi che a volte si seccano e ci trovi i tapiri a pascolare, c’è una vegetazione così rigogliosa che cambia in continuazione non lasciando nessun punto di riferimento. C’è il fatto che Pepè non è uno tanto bravo a orientarsi, finché si inoltra di un chilometro o due va bene ma non è un indio, non è un animale della foresta.

Dice che aveva avuto un incidente, che l’avevano salvato e che era tornato lì. Dice che non l’aveva raccontato nemmeno alla polizia perché, quindi (un segugio come me certe cose le capisce subito), aveva qualcosa da nascondere, aveva lasciato qualcosa di grosso, qualcosa che scotta, ed era andato a riprenderselo. Non che queste ultime cose me le abbia dette, le ho capite da solo.

Comunque è tornato a cercare il posto in cui ha avuto l’incidente e si è perso, ha guidato e guidato fino a quando non si è fatto quasi buio e ha deciso di fermarsi da qualche parte per la notte. Non è che nella foresta ci siano parcheggi, uno semplicemente si ferma dove si trova, non è che ci sia passaggio. E così Pepè già abbracciato alla sua bottiglia di cachaça, gli occhi che gli si chiudevano ha visto una cosa, un bagliore, una luce.

L’albero sotto a cui si era fermato non era un albero ma una statua. Alta almeno sei metri, dice. Larga, molto larga, ci vogliono almeno sei persone per abbracciarla completamente, dice. E, su questo Pepè non si può sbagliare, spostando un po’ le fronde e le liane che la circondavano quasi completamente non sembravano esserci dubbi: la statua era d’oro, d’oro massiccio.

La sua reazione non è stata composta. Ha pianto di gioia finché non ha finito le lacrime, ha urlato, ballato e naturalmente bevuto, bevuto fino allo sfinimento. Bevuto tanto che quando si è risvegliato era giorno pieno, pioveva a dirotto e si era dimenticato tutto, aveva messo in moto e se n’era andato.

“Pepè, sai dove ti trovavi? Magari in Suriname! Magari in Guiana!”

“No Opispo no. Non so dove mi trovavo, non lo so” risponde, mettendosi a piangere.

Perdersi nella foresta amazzonica

Questa storia non finisce bene, io lo so.
Altro che natura, altro che l’armonia dell’uomo e del cosmo, altro che recuperare i ritmi primordiali, io ci muoio in questa foresta di merda, muoio qui e nessuno saprà mai dove sono finito, altro che natura, muoio qui di fame e di sete, quanto ci vuole per morire, si muore prima di sete, si sa, ma ho ancora due dita d’acqua ma i ragni, non ci avevo pensato quando pensavo alla natura, magari fosse stato un giaguaro – oddio ci saranno giaguari qui – meglio un giaguaro ma non i ragni non voglio morire mangiato dai ragni, allora meglio un serpente, come quelli di cui mi parlava mia nonna che non fai neanche in tempo a dire intero il nome di gesùcristo e sei morto, meglio quello piuttosto che i ragni.

Si guardò attorno, nell’erba folta, per vedere se per caso il serpente fosse già in agguato. I pensieri gli si facevano sconnessi, la fame, la stanchezza, la sete. Si prese la testa tra le mani, i gomiti sulle ginocchia, forse era meglio lasciarsi morire lì, cosa poteva fare del resto.

E’ l’incipit de La mossa del tapiro. Le storie di questo libro sono completamente inventate, anche se ovviamente si fondano su un mondo realmente esistente e abbiamo preso spunto più volte dalla vita reale. La cosa buffa è che in più di un’occasione è stata la vita reale ad agganciarsi al romanzo. L’incipit qui riportato è stato scritto ad aprile 2014 (all’inizio l’incipit era un altro, quello che ora nella versione finale è il capitolo 1.0). Ad agosto 2014, invece, è davvero successo questo:

Gileno Vieira da Rocha, un ingegnere brasiliano di 65 anni, che lavorava per l’autostrada trans-amazzonica, si è perso nella foresta e sono passati 12 giorni prima che venisse ritrovato, fortunatamente ancora vivo.

Più avanti nel libro, quando riprendiamo ed espandiamo il pezzo descritto nell’incipit, scriviamo

Aveva camminato tutto il giorno, con in corpo soltanto una empanada ormai rinsecchita, due pacchetti di caramelle gommose al gusto ciliegia e due noci di cocco, l’unico frutto tra tutti quelli che aveva visto che non gli aveva fatto venire il sospetto di essere velenoso. Aveva fame, sete ed era molto stanco, ma soprattutto iniziava a essere davvero impaurito.

La principale conseguenza dello scrivere un romanzo a sei mani è che si discute anche sui passaggi più piccoli. Poiché abbiamo scritto senza incontrarci mai di persona, tali discussioni si sono svolte sui due siti che abbiamo usato per scrivere (Quip e Friendfeed) e quindi ne rimane traccia. Relativamente a questo passaggio, il mio (Leonardo) dubbio era questo:

Essendo nella foresta viene da chiedersi se non ci sia cibo in abbondanza. Magari ha paura di avvelenarsi, ma se ha molta fame qualche banana o altri frutti dovrebbe provarli, no?

Dubbio a cui Laura, che ha scritto il pezzo in questione, rispondeva così:

Mah, io ho guardato un po’ di cose relative alla foresta e mi pare di aver capito che c’è cibo per chi se lo sa procurare. Non ho letto, tra le piante della foresta, di banani: forse nelle cose che ho letto li dava per scontati, forse invece ce ne sono davvero pochi nel folto.

Se leggi (dovrei aver messo nei facts qualche link, adesso riguardo e semmai li aggiungo) vedi che ci sono questi alberi altissimi, 50 o 60 metri, e sotto è davvero molto scuro, forse i banani hanno bisogno di più luce e stanno dove prendono più sole? Vado a leggere meglio, poi vediamo come sistemare la frase.

Qui, per esempio: “Il manto vegetale si dispone a strati sovrapposti come se a una foresta se ne sovrapponessero altre. Lo strato più basso è formato da un fitto sottobosco, fatto di arbusti intricatissimi, di felci giganti, di piante carnivore, tra cui i raggi del sole penetrano a stento: tutte queste specie fanno a gara per uscire dalla penombra e conquistarsi un po’ di luce preziosa. Intorno alle radici contorte degli alberi e intorno ai tronchi pendono e si avvolgono liane, piante rampicanti e un numero infinito di piante parassite o semplici epifite, che si appoggiano ad altre piante per vivere, formando un groviglio inestricabile. Nello strato superiore si trovano gli esemplari di media grandezza sopra cui svettano le chiome larghe dei grandi alberi che raggiungono i 50-60 metri di altezza. Anche dalle foto non sembra di intravedere niente che a colpo d’occhio a me farebbe venire in mente “commestibile” . Qui invece di piante commestibili se ne parla.

Insomma, ci chiedevamo cosa si può mangiare se ci si perde nel fitto della foresta amazzonica. Ebbene, cosa ci insegna la vita reale? Che l’ingegner Vieira da Rocha è sopravvissuto nutrendosi di mosche e vespe.

(P.S. Chi ha letto il romanzo forse noterà anche la coincidenza relativa al cognome dell’ingegnere. Vale la pena sottolineare che noi abbiamo scelto il cognome di Antonio mesi prima di venire a sapere della storia di Vieira da Rocha)

Avere saudade dei tempi dell’hoppìpolla

Molto tempo addietro Antônio aveva letto un articolo sulle parole uniche nelle varie lingue del mondo, quelle che è difficile tradurre perché è difficile renderne il significato. L’unica parola portoghese che compariva tra le prime dieci era ‘saudade’ e Antônio ricordava di aver trovato la cosa divertente perché in effetti era sempre sembrata una parola poco comprensibile anche a lui.

Il significato gli era chiarissimo, ovviamente, ma faticava a farlo suo e a capire come si potesse provare saudade per qualsiasi cosa, come sembravano fare molti dei suoi conoscenti. Aveva ipotizzato che ciò fosse dovuto almeno in parte al fatto di non aver mai lasciato Macapá, ma anche le sue sorelle facevano sempre le stesse cose e vivevano persino nella stessa casa di famiglia in cui erano nate, eppure parlavano in continuazione della saudade, per un amico che non vedevano da tempo, la maestra della scuola, un piatto che mangiavano da bambine, un giocattolo…

hopipolla

Sono numerosissimi e tutti molto interessanti gli articoli che si trovano su internet cercando “parole intraducibili“. Salta fuori che, a differenza di quanto letto da Antônio, ce ne sono anche altre portoghesi, come Cafuné (l’atto di passare delicatamente la mano tra i capelli di qualcuno).

Sono una più bella dell’altra, ma secondo me la più bella di tutte, per il suono e per le immagini che evoca è l’islandese Hoppìpolla, saltare nelle pozzanghere. Cosa che a Macapá, tra l’altro, si può fare in abbondanza, durante la lunga stagione del fango.