The Hang

Ora tu ti alzi e fai nove lunghi passi da un metro, poi ti giri, guardi da dove sei partito, pensi “pazzesco” e poi torni qui a leggere.

Fatto? No, certo che non l’hai fatto, perché mai dovresti fare qualcosa solo perché te l’ha detto una pagina internet.  “E poi lo so già, quanti sono nove metri,” starai forse pensando. Beh, lo sai e non lo sai, cioè non hai davvero presente quanto siano pazzescamente lunghi nove metri finché non li guardi in faccia. Perciò ti suggerivo di fare questa cosa, così da apprezzare meglio quello che stai per leggere, poi fai come ti pare.

Se ne sai di sport, leggendo “nove metri” avrai subito pensato al salto in lungo. E se oltre a saperne di sport sei un precisino, stai anche pensando “in realtà non sono proprio nove metri” e hai ragione: sarebbero otto e novanta, se volessi raccontarti la storia di Bob Beamon, oppure otto e novantacinque se volessi raccontarti quella di Carl Lewis e Mike Powell, oppure otto e trentasette per quella di Giovanni Evangelisti (sì: uno magari non lo direbbe, ma la storia del Salto in lungo è piena di episodi fenomenali).
Ma non voglio raccontarti nessuna di queste storie. Quella che stai per leggere è lunga otto e ottantasei ed è la storia di Robert Emmiyan.
“Chi?” starai forse pensando. Ed è appunto per questo che voglio raccontartela.

Se hai mai visto anche mezza volta una gara di salto in lungo, hai presente come funziona. Dopo una velocissima rincorsa e dopo lo stacco, i saltatori continuano a roteare le gambe, come se stessero correndo in aria, tipo Wile Coyote quando non si accorge che è finita la roccia. Efficace, per carità, chi lo mette in dubbio. Però stai facendo una cosa fichissima come saltare quasi nove metri e la fai sembrando Wile Coyote? Io dico che è un po’ un peccato.

Una cosa che invece forse non sai, se non sei un appassionato, è che come nel salto in alto anche nel salto in lungo ci sono state due scuole di pensiero diverse. Quella dominante è la scuola della corsa in aria. Ma in passato ce n’è stata un’altra, i cui migliori interpreti ottenevano risultati all’altezza dei “corridori” con in più un bonus non da poco: la fichezza incredibile del gesto.

I primi due punti erano gli stessi: rincorsa veloce e stacco. E lì si verificava il miracolo: sembrava che in quel momento esatto improvvisamente mancasse la gravità. Il saltatore rimaneva fluttuante, sospeso in aria per un lunghissimo istante. Poi la gravità tornava a fare il suo lavoro ma nel frattempo il saltatore si era già teletrasportato a sette, otto, a volte quasi nove metri di distanza. Gli americani, che sono bravi a dare nomi fighi alle cose fighe, chiamavano questo movimento “The hang”. Ma il più bravo di tutti a farlo era un sovietico, Robert Emmiyan.

Robert Emmiyan nasce in quella che oggi si chiama Gyumri, in Armenia, nel 1965. All’epoca l’Armenia faceva parte dell’Urss, tant’è che la sua città natale, fondata come Kumayri e poi rinominata Alexandropol in epoca zarista, al momento della sua nascita si chiamava Leninakan. Ma più importante dei cambi di nome della città è il suo anno di nascita. Carl Lewis è del ’61 e per uno che ha scelto di competere nel salto in lungo, beh ecco… (se non lo sapete: Lewis è il più grande saltatore in lungo di tutti i tempi).

L’inizio della carriera di Emmiyan rispecchia quello di Lewis. Il campione americano era balzato alla ribalta nel 1981, un anno dopo le Olimpiadi di Mosca; il campione sovietico fa la sua entrata tra i big del salto in lungo nel 1985, un anno dopo le Olimpiadi di Los Angeles. Nel 1986, dopo cinque anni consecutivi in cui era stato Lewis a dominare la specialità, il salto più lungo dell’anno è l’8.61 di Emmiyan. Basterebbe già questo, unito alla vittoria ai campionati europei, a farne un grande della specialità. Un grande, con uno stile fenomenale.

Ma l’anno in cui Emmiyan entra nella storia dello sport è quello successivo. È il 1987. Il record di Bob Beamon, il più assurdo dei record assurdi, l’8.90 saltato a Città del Messico nel 1968, è ancora lì che resiste da 19 anni. Da allora nessuno si è mai nemmeno più avvicinato, nemmeno Beamon stesso, nemmeno Carl Lewis.

Siamo nel Complesso Per Gli Sport Olimpici di Tsaghkadzor, località sciistica armena. È il 22 maggio, e sono in corso i campionati pan-sovietici di atletica leggera. Robert Emmiyan si appresta a fare il suo primo salto; il filmato che ne segue, oltre a documentare uno dei salti più pazzeschi della storia, ci permette di stabilire una volta per tutte che Rocky IV (uscito due anni prima) è una cagata micidiale. Non per Ti spiezzo in due o perché i russi da metà combattimento in poi si mettono a urlare Rocky! Rocky! o per il discorso finale con cui convince Gorbacev a realizzare la perestrojka. È una cagata per la scena degli allenamenti, con Rocky che arranca nella neve trainando la slitta con Paulie seduto sopra, mentre Ivan Drago si allena in palestre spaziali passando da uno strumento all’avanguardia all’altro. Basta dare un’occhiata al filmato di Emmiyan a Tsaghkadzor per vedere che quello di Rocky IV è uno dei più spudorati ribaltamenti della realtà che Hollywood abbia mai portato sullo schermo.

Tutto è sgarruppatissimo in questo filmato. Il campo è attorniato da un paio di casolari e qualche automobile Žiguli; al posto degli spalti c’è una brulla collinetta. La rincorsa avviene su quello che sembra un sentiero di campagna più che una pista di atletica, coi bordi tracciati con gesso e mano incerta. Tutto avviene nell’indifferenza generale.

Eppure quando Emmiyan si stacca dalla pedana l’effetto di annullamento della gravità sembra più potente del solito. L’istante in cui fluttua sembra durare di più. Si capisce già a metà volo che quello è un salto incredibile. Se fosse un film potremmo quasi farlo terminare qui, premendo pausa mentre il saltatore armeno è appeso al cielo.

Però no, non è un film, non premiamo pausa. E poi siamo curiosi, vogliamo vedere fino a dove arriverà. Arriva quasi alla fine della vasca con la sabbia, rischiando pure di farsi male. Il responso: 8.86. Il record di Beamon ha resistito per quattro centimetri e anche da questo si capisce che non è un film. Ma improvvisamente 8.90 non è più una misura fantascientifica. Ora sono in due ad essere arrivati fin là, il che vuol dire che presto ne arriveranno altri e magari andranno anche oltre. Peccato però che non sia stato Robert Emmiyan a farlo. Se fosse stato lui forse The Hang sarebbe diventata LA mossa che tutte le future generazioni di saltatori avrebbero studiato e le gare di salto in lungo oggi sarebbero molto più fighe.



Questo poteva essere un buon punto per concludere il pezzo. Ma sarebbe stato un po’ come premere pausa a metà volo. Se sei uno di quelli che vuol sapere come continuano le storie posso raccontarti ancora qualcosa.

Posso dirti che più tardi, in quello stesso anno, ci sono i campionati del mondo di Roma ed Emmiyan arriva secondo, dietro Lewis, nella famosa gara del fattaccio di Evangelisti.

L’anno dopo è il 1988, ci sono le Olimpiadi di Seul. Emmiyan è tra i favoriti, ma si infortuna durante i salti di qualifica e non riuscirà a partecipare alla finale. Le medaglie andranno a tre americani: il solito Lewis (8,72), un giovane Mike Powell (8,49) e Larry Myricks (8,27). Il rimpianto è forte, le misure necessarie per argento e oro erano alla portata di Emmiyan e quella per il bronzo probabilmente l’avrebbe superata a occhi chiusi. Ma questo stesso infortunio qualche mese dopo gli salverà la vita.

È il 7 dicembre del 1988. Emmiyan da qualche giorno si trova a Mosca, dove è stato operato come conseguenza dell’infortunio di Seul. Alle 10 e 40 del mattino un terremoto devastante colpisce l’Armenia. L’epicentro è vicino a Spitak. A circa 35 km, Leninakan, la città di Emmiyan, è rasa al suolo. È uno dei più terribili terremoti degli ultimi decenni: si stima un numero di vittime compreso tra 25.000 e 50.000. Tra queste anche il padre di Emmiyan e numerosi parenti e amici. Appena è in condizione Robert torna a casa per aiutare la ricostruzione, mettendo da parte la carriera sportiva.

Qualche tempo dopo prova a riprendere, anche con l’aiuto di Lewis che lo ospita per qualche tempo nella propria abitazione di Santa Monica. Ma nel frattempo intorno a Emmiyan si dipana un nuovo crollo; questa volta è solo metaforico, ma non per questo meno devastante: a crollare è l’Urss. Nel 1990 l’Armenia dichiara l’indipendenza e Robert Emmiyan passa dall’essere un atleta della possente Unione Sovietica, con tutto il suo apparato di sostegno allo sport, sgarruppato ma efficace, all’essere un atleta dell’orgogliosa ma piccola Armenia, con i suoi scarsi mezzi. Emmiyan continua la sua carriera, ma senza mai più tornare a volare come a metà anni ’80. Chiuderà ad Atlanta, nel 1996, senza riuscire ad arrivare alla finale, assistendo da bordo campo al quarto e ultimo trionfo di Lewis.

Ma per me resterà il più bel saltatore della storia e quindi ora sai che faccio? Faccio nove lunghi passi da un metro, mi guardo indietro, penso “pazzesco” e poi mi riguardo un’altra volta i filmati coi suoi salti. E chissà, forse ora ti è venuta un po’ voglia di farlo anche a te.

 


(se questo pezzo ti è piaciuto, potrebbe piacerti anche il romanzo La mossa del tapiro. Non c’entra quasi niente, ma l’abbiamo scritto noi e anche lì si parla di atleti fichissimi)

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Il giorno in cui iniziarono gli anni ’80

L’altro giorno ho visto una delle vignette che xkcd ciclicamente dedica agli eventi che segnano l’inesorabile passaggio del tempo. E mi è venuto da pensare che se ci sono già giovani adulti che non hanno un ricordo diretto dell’undici settembre, a maggior ragione la storia del trionfo italiano ai mondiali di Spagna è una storia che, finalmente, può aver senso raccontare.

La storia del nostro trionfo ai mondiali del 1982 comincia nel 1977. A giugno di quell’anno il Lanerossi Vicenza, guidato dal capocannoniere Paolo Rossi, vinse il campionato di Serie B. Nel successivo campionato di Serie A il neo promosso L.R. Vicenza arrivò secondo e Paolo Rossi vinse di nuovo il titolo di capocannoniere, cosa che gli valse la convocazione ai mondiali di Argentina 1978.

 

Nota 1: il secondo posto del Vicenza è tuttora il miglior risultato di sempre di una squadra italiana neopromossa, nemmeno la Juve al ritorno in A seppe fare di meglio. Va anche detto, però, che il Vicenza non era una squadretta così piccola come oggi si potrebbe immaginare: fino a due anni prima era stata in serie A per vent’anni consecutivi, ottenendo discreti risultati.

Nota 2: una cosa che all’epoca mi dava un fastidio tremendo era che, quando le squadre venivano elencate in ordine alfabetico, il Vicenza veniva indicato prima della Lazio, in quanto “Lanerossi Vicenza”. Fastidio acuito dal fatto che il Verona, nonostante la denominazione ufficiale di Hellas Verona, veniva invece elencato in fondo. 

Ai mondiali di Argentina, tristemente passati alla storia come il mondiale del regime, il nostro centravanti titolare in pectore era Graziani, ma a sorpresa Bearzot schierò Rossi sin dalla prima partita, venendone subito ripagato con un goal dopo una carambola assurda (2 a 1 per noi, dopo un inizio tremendo con goal della Francia dopo 40 secondi). Seguì un altro goal nella tranquilla vittoria contro l’Ungheria e l’assist a Bettega per il goal dell’1 a 0 contro l’Argentina futura campione. Ancora un goal contro l’Austria nel girone successivo, poi più niente, ma tanto bastava per la consacrazione di Rossi come giocatore di livello internazionale.

(altri tempi: Martellini a inizio partita spiega la faccenda dei numeri delle maglie ai mondiali)

Tornati in Italia, Rossi giocò ancora un discreto campionato nel Vicenza, che però non bastò a evitarne la retrocessione. Rossi era ormai un giocatore da squadre con grandi ambizioni: per quanto strano possa suonare oggi, questo significò il suo passaggio al Perugia, che aveva appena terminato il campionato al secondo posto, imbattuto per tutte e trenta le partite.

Erano a140px-paolo_rossi_-_ac_perugia_1979-80nni in cui la figura del calciatore iniziava la sua transizione da semplice personaggio popolare a star. Pochi anni prima aveva fatto scalpore il passaggio di Beppe Savoldi dal Bologna al Napoli per due miliardi di lire. L’operazione di trasferimento di Rossi al Perugia si accompagnò all’apparizione per la prima volta di uno sponsor sulle maglie di una squadra di calcio. E tanto per dare la misura della follia: in una candid camera andata in onda in quel periodo, un tizio andava fuori dagli stadi a vendere dei sacchetti contenenti i peli delle gambe di Paolo Rossi e trovava acquirenti (è un ricordo di cui non trovo riscontri su Google, ma di cui sono abbastanza sicuro. Il programma potrebbe essere Tutti insieme compatibilmente o forse L’altra domenica).

Nel Perugia però, il patatrac. La squadra fece un campionato di media classifica, Rossi arrivò terzo nella classifica dei marcatori dietro Bettega e Altobelli, ma soprattutto a fine anno scoppiò il primo grande scandalo scommesse del calcio moderno. Rossi risultò tra i coinvolti per una partita finita 2 a 2 con l’Avellino e anche se negò sempre ogni addebito fu squalificato: inizialmente per tre anni, poi ridotti a due.

La squalifica gli fece saltare gli Europei di Italia ’80 (europei che chiudemmo al quarto posto anche per via di una formula assai poco sensata) e sarebbe terminata poco prima dei mondiali del 1982: in particolare, Rossi ebbe il tempo di giocare solo le ultime tre partite di campionato. Non furono tre banali partite di fine campionato: nel frattempo Rossi era diventato un giocatore della Juve e al suo rientro in campo la Juve era appaiata in testa alla classifica con la Fiorentina. La prima partita fu Udinese – Juventus; Rossi contribuì alla vittoria per 5 a 1 segnando un goal. Nelle due partite successive non segnò, ma la Juve riuscì comunque a vincere lo scudetto. Le sue prestazioni furono sufficienti affinché Bearzot decidesse di convocarlo per i mondiali di Spagna, ma non furono abbastanza per placare le critiche di stampa e pubblico.

La spedizione azzurra iniziò dunque tra critiche e dubbi, alimentati anche dall’assenza di Bettega, che era stato tra i trascinatori della squadra nelle qualificazioni ma si era infortunato a novembre dell’anno precedente.

Le prime partite non fecero nulla per fugare dubbi e critiche, anzi finirono per alimentarli. Un incolore pareggio per 0 a 0 con la Polonia, poi un pareggio 1 a 1 con il Perù e infine un altro 1 a 1 addirittura con il Camerun (nazione esordiente che all’epoca non godeva di alcun credito) bastarono a malapena per qualificarci al secondo posto del girone. Le due reti furono segnate da Conti e Graziani, mentre Rossi, che era sceso in campo in tutte e tre le partite, era risultato quasi nullo.

All’epoca dopo il primo girone eliminatorio non iniziava la fase ad eliminazione diretta, ma si disputavano quattro mini gironi da tre squadre ciascuno. Il nostro secondo posto nel girone eliminatorio ci fece finire in un girone con l’Argentina, campione del mondo in carica e nelle cui file per la prima volta apparve Maradona, e il Brasile, squadra stracolma di campioni (Zico, Socrates, Falcao, Eder, Junior, Cerezo) che aveva vinto in scioltezza il proprio girone.

Le premesse per una rapida eliminazione dell’Italia c’erano tutte, insomma. E gli azzurri si presentarono al primo appuntamento con l’Argentina in un clima di crescente scetticismo da parte della stampa, a cui la squadra aveva risposto organizzando il primo silenzio stampa della storia del calcio italiano, con il solo Zoff delegato dal resto della squadra a presentarsi a parlare con i giornalisti.

La partita con l’Argentina andò invece sorprendentemente bene. L’Italia giocò bene e vinse segnando due splendidi goal con Tardelli e Cabrini (e subendone uno da polli sul finire della partita). Il temutissimo Maradona venne annullato da Gentile, e la partita è anche un esemplare da manuale della differenza tra il calcio di allora e quello di oggi per quel che riguarda ciò che era permesso fare ai difensori. Il trattamento riservato da Gentile a Maradona, perfettamente lecito allora, oggi porterebbe un difensore all’espulsione già nel primo tempo.

E Rossi? Ancora una volta non pervenuto o quasi, anzi, in occasione del secondo goal era stato proprio lui a divorarsi un’occasione clamorosa, un errore a cui per fortuna avevano rimediato i suoi compagni.

E si arriva così alla partita con il Brasile. Per passare il turno serviva una vittoria, dato che anche il Brasile aveva battuto l’Argentina ma con un goal di scarto in più. Ciò nonostante, la vittoria e soprattutto la bella prestazione contro l’Argentina ci portarono alla sfida decisiva con un pizzico di speranza. Forse dopotutto non eravamo così scarsi. Certo, restava sempre il problema del fantasma di Paolo Rossi al centro dell’attacco.

Affrontiamo il Brasile con la formazione invariata. E non solo in campo, ma anche nei bar, perlomeno nel mio. Il signore col panama che nessuno conosceva e che con l’Argentina si era piazzato al centro del Bar Acli in mezzo a noi ragazzetti vocianti, con il Brasile tardava a presentarsi. Stava iniziando la partita e ancora non ce n’era traccia. Verrà? Non può non venire. Eravamo più in tensione per lui che per Rossi. Il bar era pieno e questa sedia vuota al centro della prima fila era sempre più difficile da difendere, finché finalmente arrivò, lo facemmo sedere e la partita poté cominciare.

Passano cinque minuti, Conti porta palla, taglia per Cabrini, cross e chi ti sbuca metaforicamente dal nulla? Paolo Rossi. 1 a 0 per noi. È rinato. Proprio oggi. Forse ce la possiamo fare? Il Brasile si riorganizza subito e sette minuti dopo Zico si inventa uno splendido passaggio filtrante per Socrates che trapassa la nostra difesa a velocità tripla e infila la palla sul primo palo. 1 a 1. Ah, ecco, te pareva. Non ce la possiamo fare.

E invece sì. Invece gli azzurri non si buttano giù. Al 25′ la difesa brasiliana pasticcia, Rossi spunta di nuovo dal nulla, prende la palla, si invola, trafigge Waldir Peres (insieme a Serginho uno dei due punti deboli dello squadrone brasiliano). 2 a 1 per noi. È lì che cambia la partita: il primo goal poteva ancora passare come un incidente. Ma tornare in vantaggio così è il segno che ce la possiamo fare per davvero. E infatti teniamo. Il Brasile si butta in avanti ma non passa e chiudiamo il primo tempo in vantaggio. Nell’intervallo il consenso è che stiamo giocando bene e ce la possiamo fare.

Riprende la partita. L’assalto del Brasile è sempre più violento, finché a metà del secondo tempo Falcao prende palla e pareggia con un tiro dal limite (che scopro solo oggi essere stato deviato da Bergomi, perlomeno a detta di Zoff; minuto 5:31 nel filmato qui sotto). 2 a 2. Mancano venti minuti. Col pareggio passano loro. Ma noi oggi siamo fortissimi. Siamo sicuri di esserlo. Noi abbiamo Paolo Rossi. Che infatti cinque minuti dopo sbuca da una mischia in area e fa il suo terzo goal della partita. 3 a 2. Grande esultanza in campo e nel bar. Il panama del signore vola via e prima di tornare al suo legittimo proprietario fa un giro sulle teste di ciascuno di noi.

Ma la partita non è ancora finita. C’è ancora tempo per il goal di Antognoni. Annullato. Per un fuorigioco. Che non c’era. Ma è giusto così: in quella partita doveva segnare solo Paolo Rossi. Se fosse finita 4 a 2 non sarebbe stato altrettanto bello. E non ci sarebbero state le condizioni per la parata miracolosa di Zoff all’ultimo secondo della partita. Zoff che era forte perché sapeva piazzarsi bene ma Zoff che non si tuffava mai. Zoff che si tuffò su un colpo di testa a botta sicura da pochi metri e fece LA parata.

E, soprattutto, se il goal di Antognoni non fosse stato annullato, avrebbe spezzato il ritmo di Rossi e il ritmo di Rossi non poteva più essere spezzato.

La semifinale contro la Polonia consistette nell’attraversare il campo con sicurezza diretti verso la finale e mentre lo si attraversava segnare due goal, prima con Rossi e poi, indovina un po’, di nuovo con Rossi. Una formalità, tanto che il bagno nel fiume, così spontaneo dopo la vittoria col Brasile, sembrò quasi una forzatura, cosa esulti per una cosa che era ovvio che sarebbe andata così.

L’epica delle semifinali si era tutta riversata nell’altra partita, Francia – Germania, 1 a 1 dopo i regolamentari, l’uscita micidiale di Schumacher su Battiston, poi la Francia che va in vantaggio 3 a 1 ai supplementari e la Germania che riesce comunque a pareggiare e andare ai rigori, la prima partita della storia dei mondiali che finisce ai rigori, Stielike disperato in lacrime, e poi la vittoria della Germania, magistralmente rivisitata anni dopo da un gruppo di ragazzi francesi.

Mitico, certo. Ma di tutto questo a noi non ce ne fregava niente. Noi eravamo focalizzati al laser sui preparativi per la nostra finale. La sala del Bar Acli non sarebbe bastata a contenere tutti i potenziali spettatori, così Vittorio del bar decise di mettere il televisore fuori, nello spiazzo che dava sul campo da bocce. Era il 1982. Le tv a colori erano arrivate relativamente da poco (in casa mia giusto in tempo per i mondiali del 1978), gli schermi giganti erano ancora fantasia. Così ci ritrovammo in duecento e passa a guardare un televisore che sarà stato un 25 pollici a dir tanto. Ma tanto noi eravamo in prima fila, e il signore col panama c’è, è lì in mezzo a noi. Antognoni invece non c’è, si è fatto male con la Polonia. Al suo posto, per lo stupore di tutti, Bergomi. E dopo pochissimi minuti non c’è più nemmeno Graziani. Entra Altobelli. A metà del primo tempo ci danno un rigore. Lo tira Cabrini quando ancora il fumogeno che qualcuno ha tirato sul dischetto non s’è spento del tutto. E lo sbaglia. Un rigore tirato malissimo. Ma non c’è problema, è ovvio che non potesse segnare. Perché lo sapevamo tutti chi è che doveva segnare. E al 12′ del secondo tempo segna. Paolo Rossi. Sesto goal consecutivo. Tre al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania. tardelli_1982-kjsh-672x351ilsole24ore-webVa bene così, ora c’è di nuovo spazio per gli altri. È un mondiale ordinato. E per fare le cose ordinate segniamo ogni 12 minuti. Al 24′ Tardelli segna e diventa un poster. Al 36′ ci pensa Altobelli a chiudere i discorsi. Poi forse segna pure un tedesco, chi lo sa, chi se ne frega. Nando Martellini scandisce Campioni del mondo Campioni del mondo Campioni del mondo, Pertini agita la pipa, gli anni ’80 possono cominciare.

 


 

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