Natale nella foresta

Seduto su una grossa radice, tra l’ombra e il sole, Antônio guardava il villaggio muoversi, gli uomini tornare dalla caccia, le donne affaccendate, i bambini che sembravano dappertutto nello stesso momento. Sono in questo villaggio da tredici giorni, tredici tacche su quell’unico tronco che mi hanno permesso di toccare, le ho contate e ricontate. A casa staranno organizzando i soccorsi, un elicottero di certo arriverà a momenti, se non oggi domani, dopodomani al più tardi. Guardò quasi senza vederlo un petalo bianco, un pappo, un grumo di polline che galleggiando nell’aria calda gli si era posato sul braccio. Sembra un fiocco di neve, pensò. Non che lui l’avesse mai vista dal vero, la neve, avendola conosciuta soltanto al cinema e nei libri, ma era certo di sapere com’era. E il pensiero della neve improvvisamente si saldò col conteggio dei giorni che aveva appena fatto: la neve, sono arrivato qui tredici giorni fa, sono partito da Monte Dourado il quattro dicembre, poi i giorni lungo il fiume, la jeep, la neve… Tra due giorni è Natale!

DOPODOMANI SARA’ NATALE! Questa è una notizia urgente, devo dirlo a qualcuno, è Natale! È Natale, devo dirlo…

Non c’era nessuno a cui dirlo.

Non mancavano le persone, anzi, i cacciatori erano tornati dalla battuta con le carcasse di due animali enormi e si stavano radunando nella radura, non vedevano l’ora di mettersi a giocare, chissà dove erano stati a caccia: avevano tutte le gambe sporche di una sostanza giallognola che sembrava appiccicosa e, Antônio non si sbagliava, molto puzzolente. Le donne erano ovunque, chi non stava giocando cuoceva cose imprecisate sui fuochi, altre erano in disparte che ridevano e chiacchieravano. I bambini erano dappertutto, rumorosi e irrefrenabili. Però non c’era nessuno a cui dirlo, quella lingua incomprensibile non consentiva nessuna comunicazione neanche minimale. Non c’era nessuno a cui dirlo: *è Natale, i regali, i bambini…*

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La visita

moschettoneArriviamo al campo di allenamento con la nebbia che si è appena diradata e per terra è ancora tutto gelato. Yamandé ci aspetta sulla porta degli spogliatoi coperto da un pesante giaccone della squadra, è assieme a una signora molto elegante che assomiglia in modo incredibile a Concita De Gregorio.

La Signorina A., mia figlia, si ferma incerta. «Quello lì è Yamandé?» mi chiede, «me lo aspettavo più alto.»

La Signorina A. è molto sensibile alla questione altezza, come tutti i piccoli. Le dò una pacca sulla spalla che è anche una piccola spinta e ricominciamo a camminare, A. non oppone resistenza.

La telefonata è arrivata ieri sera, Yamandé si era detto disposto a incontrarmi in modo del tutto eccezionale, sanno tutti che non parla con la stampa. Io però non sono “la stampa”, tanto meno mia figlia, aver domandato se poteva venire anche lei ha definitivamente chiarito la mia posizione. All’aeroporto di Bologna c’era un autista ad aspettarci molto cerimonioso e loquace. Si sarà scusato mille volte per la nebbia e per il fatto che probabilmente ci avremmo messo più dell’ora prevista per arrivare a destinazione. L’accento emiliano mi mette comunque di buon umore, anche quando fuori dal finestrino è tutto uniformemente grigio.

«A che squadra tieni?» ha chiesto ad A. prendendola per un maschio.

«Al Genoa» ha risposto lei senza esitazione chiudendo la conversazione.

La signora si fa avanti decisa, ci saluta in un inglese con accento americano, mi rendo conto che è Isabel solo dopo che lei si è presentata. Yamandé resta sulla porta, sembra combattere l’istinto di sedersi per terra, si piega sulle gambe per un attimo e poi ritorna dritto. Rimane girato di tre quarti, ci guarda di sottecchi, ha effettivamente un linguaggio del corpo inusuale. A. ignora completamente Isabel e si mette di fronte a Yamandé che le dice «Ciao» in italiano. Dopo trenta secondi stanno andando insieme verso il campo con un pallone sotto al braccio. Io vorrei seguirli ma il fiume di parole di Isabel mi stordisce e non vorrei apparire scortese.

«… sono anime fragili, da proteggere, sono come le ali delle farfalle, basta toccarle e non volano più, è per questo che sta lontano dai riflettori e, chissà, non gliel’ho mai chiesto, è per quello che ha scelto una squadra di secondo piano. Per loro i soldi non significano niente, sono solo frammenti di un mondo che non conoscono utili in qualche scambio, non hanno l’idea delle quantità, cento, mille, un milione, non c’è molta differenza…»

Il fiato si condensa dalle nostre bocche quando parliamo, sono intirizzito dal freddo e vorrei almeno entrare negli spogliatoi ma Isabel non mi dà tregua. A. e Yamandé nel frattempo si stanno passando la palla. Chissà se Yamandé è consapevole dell’età di A., chissà se ricorda cosa significa avere 12 anni e giocare a calcio con uno sconosciuto.

«…primi in classifica è stata certamente una sorpresa. Però c’è qualcosa di animale in loro, di primordiale. Ma mi dicevi che vivete in Inghilterra?» modifica il suo accento e lo fa diventare britannico, «sono appena stata a Londra, una terra antica, la sento vibrare sotto ai tacchi, lo vedo negli occhi della gente…»

A. sta dicendo qualcosa a Yamandé, non posso immaginare in quale lingua. Dubito che in questi pochi mesi lui sia arrivato a capire bene l’italiano (o forse mi sbaglio?) e non credo proprio che lui parli inglese. Ridono. Anche il suo gesticolare è strano, ma forse non sta gesticolando, sta parlando nella sua lingua. Porta la palla fuori area corricchiando e subito si capisce che nel suo fisico c’è qualcosa di speciale. Ogni movimento è perfettamente misurato, ha qualcosa di felino.

«…non è facile ritornare nel villaggio, pensavo avrebbe sofferto maggiormente questo clima, il freddo, è una cosa a cui noi brasiliani non siamo affatto abituati, specialmente loro, io stessa quando ho lavorato a Ginevra, nonostante la sensazione eccitante di sentire tutti i fili che muovono il mondo passarmi accanto, di poterli toccare e modificare ben sapendo che ogni piccola perturbazione poteva causare all’altro capo grandi cambiamenti e così effettivamente è stato, Ginevra è in un certo senso il centro delle maree… Ma cosa stavo dicendo? Ah sì, che nonostante tutto questo ho sofferto il freddo, è stata molto dura per me…»

Il campo di allenamento è nel cuore della piccola città e, chissà, potrebbe non essere troppo diverso da quello di Macapá. Yamandé ha appoggiato la palla per terra, sorride sornione, prende la rincorsa e tira. Sarà che sono disabituato a vedere calcio dal vivo, in fondo stiamo comunque parlando di Serie A, nonostante l’apparente leggerezza del colpo il tiro mi pare violentissimo. La palla viaggia dritta e senza parabola a mezzo metro da terra e va a stamparsi prima su un palo poi sull’altro. Ridono, Yamandé fa un gesto a mia figlia, si mettono a correre e in men che non si dica si sono arrampicati sulla recinzione e sono spariti al di là. Isabel non sembra essersene accorta.

«…nessuna notizia, e questo non è necessariamente un segnale positivo, può darsi che questo che loro vivono come un bombardamento abbia avuto conseguenze che non ci aspettavamo, traumi, chissà…»

«Scusa se ti interrompo Isabel, ti dispiace se andiamo a vedere che fine hanno fatto?»

Li troviamo nel parco adiacente al campo su uno degli alberi più alti. A. sta spiegando qualcosa, Yamandé sorride, il sole finalmente è riuscito a farsi vedere anche se la temperatura non sembra voler aumentare. Il brivido che sento lungo la schiena non ha niente a che fare con il freddo, comunque. Se si spezza quel ramo…

«Mi hanno detto che si arrampica spesso su quegli alberi, la gente di qui è abituata e non ci fa più caso, in questo parco vengono le mamme con i bambini piccoli e non è raro vederlo giocare con loro, insomma, come ti dicevo sono molto particolari, hanno una spontaneità atavica che noi abbiamo perso, perfino i giornali scandalistici hanno smesso presto di occuparsene, sono così naturali, così veri, che questi comportamenti appaiono alla fine perfettamente naturali…»

Dopo due ore siamo già sull’aereo di ritorno. Alla fine sono riuscito a parlare con Yamandé per non più di trenta secondi, Isabel invece ha insitito per avere il mio numero, ha detto che ci sono ancora molte cose di cui dobbiamo parlare, magari per il prossimo libro. La Signorina A. tiene in mano una punta di freccia in bambù dalla manifattura sorprendentemente raffinata, con decorazioni alla base che ricordano piccole rane che si intrecciano tra loro. Evidentemente al controllo se la sono fatta sfuggire.

«Te l’ha regalata lui?»

«Sì, ha detto che viene dalla foresta. Vedi la punta che è più scura? È per il curaro, il veleno che usano.»

«E adesso non è velenosa? Se ti tagli che succede?»

«Ha detto di no, comunque ci sto attenta, così non ci sbagliamo.»

«E tu cosa gli hai regalato?»

«Il mio moschettone. Gli ho anche insegnato a usarlo. Mi ha ringraziato ma mi ha anche detto una cosa strana.»

«Cosa?»

«Ha detto che a volte è meglio cadere.»

Le mirabolanti avventure di Pepè della foresta: El Dorado

Ancora un bicchiere, Pepè

Questa non la racconta facilmente.

Io stesso, grande, grandissimo reporter, ho dovuto quasi estorcerla con la forza. L’hanno picchiato, dice. Quattro bruti sono arrivati con il pick up e l’hanno portato da qualche parte. Pensava di morire di sete e di caldo, pensava che volessero lasciarlo marcire. La sera prima aveva fatto il gradasso, come al solito intendiamoci, e l’aveva sbandierata ai quattro venti. Il giorno dopo era a prendere sberle dio solo sa dove, a morire di sete e di caldo, soprattutto di sete.

Un’altra volta l’ha raccontato a una ragazza. Insomma ragazza, a una donna, a una di quelle donne… bene, non importa. Dice che da quel momento in poi l’ha guardato con due occhi spiritati, le tremavano le labbra. Dice che non ha voluto i soldi e ha lasciato di corsa la stanza, che il giorno dopo tutti alla taverna lo guardavano male e il giorno dopo e quello dopo ancora, che ci sono voluti mesi prima che la smettessero con quelle facce.

Scrivo “Dice” per aver sentito questo e molto altro uscire dalla sua bocca. Un’impresa facile? Tutt’altro.

Stavo seguendo una pista promettente, un segugio come me sta sempre seguendo una pista promettente ma questa era particolarmente promettente. Localizzare con precisione una certa area della Foresta Amazzonica da dove provengono… ma nemmeno questo importa veramente. Ero arrivato a Pepè dopo una lunga serie di peregrinazioni, non facile, non facile. Il farabutto ha iniziato davvero a commerciare in corsetteria femminile (chi ci avrebbe mai creduto?) e per questo si sposta continuamente, viaggia sempre. L’ho beccato una sera alle sette in un locale malfamato di Santana. Sbronzo perso, sdraiato su un divanetto in finta pelle nera, a canticchiare una canzoncina natalizia.

A me delle sue avventure nella foresta non importava molto, io volevo sentirmi dire altro, io volevo farmi raccontare di quando lui accompagnava i suoi polli da spennare nella foresta (non chiamateli turisti per l’amor del cielo!). Invece inizia con questa manfrina che ha paura, che qualcuno lo segue sempre, che quella volta se ne doveva stare zitto e anche quell’altra volta. Insomma, zitto non stava ma quello che diceva non era certo interessante. Almeno fin quando non ho deciso di buttare un po’ di benzina sul fuoco, di cachaça se vogliamo essere precisi. Per amore di statistica, e per odio del mio portafogli, ricordo che ne beve circa una bottiglia all’ora. Era quindi circa mezzanotte, abbracciato alla quinta bottiglia come se fosse l’amore della sua vita (e forse lo era) che ha cominciato a cantare. Non lalala, intendo a cantare proprio, a raccontarmi questa storia.

Come faceva il farabutto a portare i turisti (turisti!) nella foresta? La conosceva a menadito? Palmo a palmo? Certo che no. Si era creato un percorso a partire da poche centinaia di metri dalla baracca in cui abitava fino a una radura in riva al fiume, niente di che, la maggior parte erano piste segnate e sulle poche che non lo erano ci aveva dato dentro di machete. Il turista non se ne accorgeva, il turista dopo i primi due metri di vegetazione si sentiva nel cuore dell’Amazzonia, il turista si emoziona facilmente, si raggira facilmente.

La foresta meno. Ci sono corsi d’acqua che quando piove cambiano verso e a volte lo cambiano anche quando non piove. Ci sono laghi che a volte si seccano e ci trovi i tapiri a pascolare, c’è una vegetazione così rigogliosa che cambia in continuazione non lasciando nessun punto di riferimento. C’è il fatto che Pepè non è uno tanto bravo a orientarsi, finché si inoltra di un chilometro o due va bene ma non è un indio, non è un animale della foresta.

Dice che aveva avuto un incidente, che l’avevano salvato e che era tornato lì. Dice che non l’aveva raccontato nemmeno alla polizia perché, quindi (un segugio come me certe cose le capisce subito), aveva qualcosa da nascondere, aveva lasciato qualcosa di grosso, qualcosa che scotta, ed era andato a riprenderselo. Non che queste ultime cose me le abbia dette, le ho capite da solo.

Comunque è tornato a cercare il posto in cui ha avuto l’incidente e si è perso, ha guidato e guidato fino a quando non si è fatto quasi buio e ha deciso di fermarsi da qualche parte per la notte. Non è che nella foresta ci siano parcheggi, uno semplicemente si ferma dove si trova, non è che ci sia passaggio. E così Pepè già abbracciato alla sua bottiglia di cachaça, gli occhi che gli si chiudevano ha visto una cosa, un bagliore, una luce.

L’albero sotto a cui si era fermato non era un albero ma una statua. Alta almeno sei metri, dice. Larga, molto larga, ci vogliono almeno sei persone per abbracciarla completamente, dice. E, su questo Pepè non si può sbagliare, spostando un po’ le fronde e le liane che la circondavano quasi completamente non sembravano esserci dubbi: la statua era d’oro, d’oro massiccio.

La sua reazione non è stata composta. Ha pianto di gioia finché non ha finito le lacrime, ha urlato, ballato e naturalmente bevuto, bevuto fino allo sfinimento. Bevuto tanto che quando si è risvegliato era giorno pieno, pioveva a dirotto e si era dimenticato tutto, aveva messo in moto e se n’era andato.

“Pepè, sai dove ti trovavi? Magari in Suriname! Magari in Guiana!”

“No Opispo no. Non so dove mi trovavo, non lo so” risponde, mettendosi a piangere.

Maria Eduarda Santos

 

likes

Questa storia non si svolge nel nostro mondo. Questa storia si svolge in un mondo parallelo nel quale sono imprigionata. Aiutatemi. Fino a settimana scorsa andavo a  letto felice, come la settimana prima e ancora quella precedente. Il mio nome è Maria Eduarda Santos e da questa settimana sto vivendo in un incubo.

Ma andiamo con ordine. Frequento l’ultimo anno del Colégio Sagrado Coração de Maria di Brasília e sono la ragazza più amata della scuola.

Non dai maschi, non in quel senso.

Sono la ragazza più amata e non è difficile capire perché: sono carina, simpatica, molto intelligente, ballo bene, sono solare e un po’ pazza; mi piace ballare, i ragazzi con la moto, la birra, la musica e ballare. Ho scritto due volte ballare perché ballare mi piace molto e lo volevo far capire bene, mi piace ballare. Mi piace anche la musica però, quella un po’ classica, Justin Bieber e altri grandi pezzi di qualche anno fa.

A scuola non vado tanto bene, anzi per due anni di fila ci sono state molte discussioni a riguardo. Tra mio padre e la preside, intendo. Papà ritiene inaccettabile questo accanimento della scuola nei miei confronti e per due volte è finita che stava per denunciare la preside, insomma, ha fatto in modo che mi promuovessero. Io in fondo penso che se una passa tutto l’anno a non fare assolutamente niente, a stare sempre ventiquattr’ore su ventiquattro su Facebook poi è normale che i suoi voti si abbassino un po’ eh. No, non è vero, non ventiquattro, di notte qualche ora la dormo.

A proposito di Facebook, fino a settimana scorsa detenevo il record di like della scuola. Intendo dire nel mondo normale, nel mondo così com’era fino a ieri, la pagina che aveva più like in tutta la scuola era mia: 3281 persone che hanno cliccato su Curtir.

Chiaramente quando una è in vista come me e anche molto amata come sono io qualche invidia è normale. Cioè. Anch’io sarei invidiosa di un’altra che fosse come me, anche se naturalmente è impossibile perché sono unica. Insomma c’è un gruppetto di ragazze dispettose che, cioè mi fanno proprio le linguacce e quelle cose così, non mi parlano, mi evitano proprio.

Sono invidiose della mia pagina Facebook, è la pagina della scuola. Sono invidiose perché sono stata più furba di loro. Dicono che è stato papà a comprare i like ma non è vero, figuriamoci. Papà è andato dalla professoressa di scienze, che è anche quella che fa un’ora alla settimana di informatica, sì quando si ricorda, forse sarà un’ora al mese, e le ha detto che se durante le sue ore classe dopo classe, anno dopo anno, tutti avessero messo il like alla mia pagina, beh, avrebbero tutti imparato a usare Facebook no?

Non che ci sia davvero bisogno, cioè qui Facebook lo sanno usare tutti e anche molto meglio della prof, però diciamo che papà in questo modo le ha fatto capire che così facendo avrebbe valorizzato una risorsa importante della scuola, cioè me, cioè la mia pagina, cioè me.

Papà mi vuole bene, mi ha già detto più volte che fra qualche anno la sua azienda agricola diventerà tutta mia, il terreno, le bestie, il personale, tutto mio. Vedete come mi vuole bene no? Tutto mio, troppo bello!

Lunedì scorso la fine di tutto. Papà mi porta a scuola con la Volvo come al solito, entro in classe e lo vedo subito che c’è qualcosa che non va. C’è quella Dani che mi vede da in fondo al corridoio e anziché ignorarmi come fa di solito mi fa uno dei suoi sorrisini da prenderla a sberle, mi sventola il cellulare e se ne va in classe. Ci ho messo un po’ a capire. Le mie amiche tenevano gi occhi bassi, mi evitavano. LE MIE AMICHE!!!

Alla fine lo sono venuta a sapere, naturalmente, non è facile tenere nascoste le cose a una intelligente come me. Ed è un incubo. C’è questa Yaia che ha messo su una pagina su quegli indiani che giocano a calcio, sapete, quegli Asu Ka’a e, non so, un incubo. È finita anche in TV, un incubo. Nel momento in cui sto scrivendo, non riesco a crederci, guardate l’immagine, un disastro, sessantadue milioni di like, un disastro.

Ma cara Yaia ti aspetto al varco. Dicevate che la mia pagina era ruffiana? E la tua allora? Ti aspetto al varco cara Yaia, non dubitare, papà si inventerà qualcosa, vedrai!

Il muro

Cosa succede quando una città come Macapá diventa improvvisamente così famosa? Che la municipalità decide di fare un’operazione cosmetica: asfaltare le strade, ripulire le piazze, dare una mano di bianco o un giro di intonaco a quelle case il cui aspetto denotava un’incuria eccessiva. L’arrivo della stampa e di qualche turista in più, un’ondata a cui far fronte in qualche modo, passerà anche questo. Ma nel frattempo bisogna darsi da fare, bisogna diventare più belli.

La piccola vicenda che raccontiamo avvenne in un posto marginale della città, ai confini di una baixada molto povera, un posto di fango, aquiloni viola, sporcizia e naturalmente calcio. Un posto dove a partire dal mattino presto un gruppo di ragazzini si incontrava in uno slargo, non può essere definito piazza, e iniziava a giocare con la palla andando avanti a giocare, ininterrottamente, finché il buio gli impediva di vedere qualunque cosa. Ragazzini poveri di tutte le età. Alcuni sembrava che avessero appena iniziato a camminare altri con già il corpo, e l’odore, di giovani uomini.

Unica nota stonata, il pallone con cui giocavano era un Brazuca della finale, quello con i bordini dorati, che sembrava proprio originale, nuovo e splendente. Davvero una perla nel fango.

Una mattina i primi ragazzini che stavano già andando allo spiazzo per iniziare la loro giornata di amicizia e calci al pallone si trovarono di fronte uno spettacolo inaspettato: una flotta di mezzi gialli lucenti era già al lavoro. Avevano asfaltato i primi metri della strada che da generazioni era sempre stata sterrata. Avevano gettato l’asfalto così, direttamente sopra la polvere e le pozzanghere, chissà quanto sarebbe durato, ma già quel principio di striscia nera faceva una strana impressione nei ragazzi, non sembrava più casa loro.

Poco distante alcune gru erano state messe in posizione strategica sotto a mura recintate alla bell’e meglio. Avevano intenti bellicosi lo si capiva bene, erano stati scelti proprio i muri più scalcinati, qualcuno presto li avrebbe rimessi a nuovo. Una radio locale trasmetteva gli oroscopi letti da una donna con una parlata velocissima.

Tra tutti i muri scalcinati della zona ce n’era uno particolarmente caro ai ragazzini, il muro più lontano, quello con una porta incisa nell’intonaco, la LORO porta. Quando i più grandicelli cominciarono a riunirsi, smarriti, un signore di mezza età con una tuta da lavoro arancione stava già recintando anche quel muro. La reazione dei ragazzi fu unanime, si precipitarono urlando NO! NO! e si misero tutti in fila contro la parete impedendo agli uomini di lavorare.

Uno dei ragazzi in particolare sembrava più deciso degli altri. Mentre il responsabile del cantiere si avvicinava a passi lenti scuotendo un po’ la testa questo ragazzino già stava dicendo all’uomo con la tuta arancione: «Questo muro non lo potete toccare! Chiami chi vuole, il suo capo, il sindaco, la presidente, chi vuole! Anch’io ho conoscenze in alto sa? Oh sì, le ho. Lei chiami chi vuole, questo è il nostro muro, lo vede? Quelli scritti lì sopra sono i notri nomi! Lei chiami chi vuole ma noi da qui non ce ne andiamo!»

Non ci fu possibilità di farlo ragionare. Il ragazzino, con un gruppo di amici, rimase attaccato a quel muro tutto il giorno e tutta la sera. Non era particolarmente bello:

Tutto il muro era pieno di piccoli buchi, il più grande della dimensione di un pugno, e di scritte fatte con gessetti colorati scolorite dalla polvere e dalla pioggia.

Eppure era il loro muro.

La mattina dopo il ragazzino dopo una notte insonne si presentò davanti al muro con qualcuno di importante, qualcuno con la tuta verdeoro della nazionale, due persone che tutti riconobbero al primo colpo. Erano gentili, il giocatore diceva pochissime parole, chiese scusa più volte, indicò un buco più grande con un sorriso, l’allenatore ottenne di ritardare i lavori, disse che avrebbe pensato a una soluzione, chiamò al cellulare un certo George. Si allontanarono salutando e facendo autografi a tutti, gli operai con gli occhi colmi di gioia, i dirigenti felici di poter raccontare una storia meravigliosa la sera a casa. Nemmeno se si fosse materializzato iddio in persona sarebbero stati così felici.

Il capo cantiere si avvicinò al ragazzino per dargli una pacca sulla spalla.

«Ce l’hai fatta» gli disse «era vero che conoscevi qualcuno di importante. Posso sapere come ti chiami?»

«Marcos,» rispose lui «mi chiamo Marcos.»

«Come lui?» chiese il capo cantiere indicando il giocatore della nazionale brasiliana.

«No, è lui che si chiama come me» concluse il ragazzino.

(La fotografia è di Vito Bellino e non è solo bellissima, è perfetta.)

Le mirabolanti avventure di Pepè della foresta: il giaguaro bianco.


La vita di Pepè era molto semplice. Passava la notte nella baracca di lamiera che si trovava a un paio di centinaia di metri dal molo di Monte Dourado. Appena sveglio si gettava nel fiume così com’era tutto vestito per lavarsi un po’.
«Non hai paura dei Piranha?»
«No.»
Passava un paio d’ore a pescare, poi faceva un giro in paese per comprare due cose o vedere qualcuno, tornava nella sua baracca ad abbrustolire i pesci, o la carne quando c’era, mangiava e poi si sdraiava per il suo meritato riposino pomeridiano.
Appena il sole accennava a tramontare si svegliava, faceva un altro bagno, questa volta nudo, nelle acque melmose del fiume, si vestiva meglio che poteva e si dirigeva alla locanda, dove avrebbe passato la sera bevendo, chiacchierando, raccontando le poche novità che succedevano e ancora bevendo.
Arrivava regolarmente a fine serata completamente ubriaco ma questo, diceva lui, lo aiutava ad andare a casa sano e salvo.
«Perché ho paura del buio» diceva con la voce biascicata e una mezza risata che non faceva capire se fosse serio o meno.

Questo prima dei turisti.

«Davvero hai paura del buio?»
«Sì. No. Ho paura di quello che può uscire dalla foresta di notte.»
«E cosa può uscire dalla foresta di notte? La foresta è a più di un chilometro.»
«Mio nipote… Mio nipote bel ragazzone grande e grosso, due spalle così, dovevi vederlo mio nipote. È stato preso dall’anaconda, l’anaconda più grande che si sia mai visto in zona. L’ha preso e la portato via una sera che stava tornando a casa, è uscito dalla foresta, l’ha catturato e si è tuffato nel fiume.»
«E come fai a sapere che era un anaconda?»
«La traccia. Dovevi vedere il solco che ha lasciato nel fango, largo così» fa il gesto con le mani.

Con i turisti era cambiato tutto, la vita di Pepè era diventata molto più complicata.

Alcuni di loro volevano essere portati in giro! Volevano il contatto con la natura! Ma quale contatto? Quale natura?

C’erano per esempio questi due inglesi, una coppia. Non si sa mai davvero se due inglesi sono una coppia o no, se ne stavano sempre lontani, guardandosi a malapena, più preoccupati di darsi una carezza o di farsi vedere troppo intimi che dei calabroni. Volevano passare una notte nella foresta vergine, io odio la notte nella foresta vergine. Però pagavano bene, molto bene, e Pepè non poteva dire di no.

Ma cosa ne sa un inglese della foresta? Niente. Pepè li fece salire sulla sua Jeep, la prima, quella grigia, e fece un lunghissimo giro attorno a Monte Dourado, lunghissimo, almeno quattro ore.
«Io le strade le conosco bene, le conosco tutte. Voi volete la foresta vergine? Io vi porto dove nessuno è mai andato.»
Avanti e indietro per gli stessi sentieri, avanti e indietro. Tanto gli alberi sembrano sempre diversi e i rami del fiume, quelli sono davvero diversi, basta passare tre ore dopo e magari la corrente si è invertita, la radura si è allagata. La foresta non è mai uguale.
Per fortuna la donna parlava un po’ di portoghese.
«Ma è sicuro signor Pepè? È sicuro che stiamo andando bene di qui?»
«Bene? Benissimo non bene! Io le strade le conosco tutte! I sentieri! Tutti! E poi non dovete preoccuparvi! siamo quasi arrivati!»
In linea d’aria non erano a più di un chilometro dal punto di partenza, la vegetazione era sì molto fitta ma non si poteva certo dire che si fossero inoltrati nella foresta vergine. Finalmente smontarono dalla Jeep, Pepè montò un grande telo impermeabile per ripararsi dalla pioggia certa, montò le tre amache con la zanzariera, preparò un caffè e arrostì i tre pesci che aveva pescato appositamente il giorno prima.
«Non c’è un po’ di tè?»
«No.»
La conversazione languiva, apparentemente l’uomo era un riccone di qualche tipo, anche se Pepè non aveva capito cosa faceva per vivere, mentre lei, se non aveva capito male, faceva la maestra.

Venne presto l’ora di coricarsi. Pepè si era portato una bottiglia di cachaça e aveva cominciato a bere offrendone ai suoi compagni che avevano fermamente rifiutato. Nel momento stesso in cui si infilò, ultimo dei tre, nell’amaca era certissimo che qualcosa di pericoloso fosse in agguato nel buio.

Il primo rumore che sentì fu un miagolio. I due inglesi dormivano profondamente, il russare di lui si sentiva probabilmente a miglia di distanza. Un miagolio poteva significare molte cose ma se significava un cucciolo di giaguaro erano nei guai.

A Monte Dourado sanno tutti che per scacciare un giaguaro bisogna dirgli le parolacce. Sanno tutti che il giaguaro tornerà, per questo la prima volta bisogna dirgli soltanto metà delle parolacce che si conoscono, tenendo l’altra metà per la seconda volta. A Monte Dourado sanno tutti che i giaguari che si aggirano attorno al villaggio sono i più pericolosi perché loro le parolacce le conoscono già tutte.

Pensa Pepè, pensa. La cachaça non aiuta a focalizzare i pensieri. Il miagolio si avvicinava, era ormai vicinissimo, era ormai sotto di loro. Cosa fare?

Provò a guardare di sotto, al di là del bordo della sua amaca. La zanzariera impediva di sporgersi per bene, la torcia proiettava un cerchio netto nel nero della notte. Eccolo. Un cucciolo di giaguaro che probabilmente aveva sentito il loro odore, che doveva stare davvero male se non si era fatto intimorire dal russare dell’inglese. E che perdeva sangue.
La madre non poteva essere lontana. Sarebbe arrivata e avrebbe attaccato. E loro sarebbero morti nel modo più stupido. Pepè strinse il manico del machete ma non si sentì per niente rassicurato.

Agì d’istinto. Aprì la zanzariera, saltò giù e con uno straccio avvolto attorno al braccio cominciò a guardare la ferita. La pelle era strappata in più punti ma c’era troppo sangue e troppo sporco per capire se era una cosa grave o meno. Il cucciolo era molto debole, aveva appena la forza di mordicchiare lo straccio. Era un morso, a parte due incisioni più profonde non sembrava niente di irrecuperabile. Provò a dare un po’ d’acqua da bere al piccolo e lui bevve, poi chiuse gli occhi e fece le fusa. Solo in quel momento Pepè sentì il getto di aria calda che lo colpiva dietro il collo. Era un po’ che quell’aria calda lo stava investendo ma fino a quel momento non ci aveva fatto caso. Si girò più per sgranchirsi le spalle che per altro e si trovò a pochi centimetri da due occhi di fuoco.

Un enorme testa di giaguaro nascondeva un altrettanto enorme corpo di giaguaro. Paralizzato dal terrore Pepè non riuscì nemmeno a respirare mentre il felino emetteva un lungo, lentissimo, terribile grugnito. Non c’era dubbio: quel giaguaro conosceva tutte le parolacce di tutte le lingue del mondo.

Era la madre del cucciolo e nella notte nera il suo pelo bianco candido riluceva come un faro. Era completamente bianca, senza nemmeno una macchia, ed era grossa, molto più grossa di un qualunque giaguaro Pepè avesse mai visto o anche solo immaginato. La certezza della sua fine imminente convinse Pepè che quello che gli stava davanti doveva essere l’impersonificazione della morte stessa, lo spirito dell’al di là che era venuto a prenderlo, come l’anaconda che aveva preso suo nipote.

Con un movimento perfettamente misurato la femmina di giaguaro abbassò la sua testa, prese il suo cucciolo tra le fauci, si girò e si allontanò senza fare nessun rumore.

Pepè restò seduto per terra, sveglio e immobile fino al mattino, gli occhi sbarrati, il cuore che batteva all’impazzata. Al risveglio i due inglesi lo trovarono ancora scosso che preparava il caffè.
«Avevi detto che non c’è il tè?»
«No.»
«Che emozione eh? Passare una notte nella foresta! Che emozione pazzesca! Certo, non è successo proprio niente, pensavo fosse più pericoloso, però è stata davvero un’emozione pazzesca!»
«Sì» disse Pepè senza molta convinzione «davvero emozionante.»