Natale nella foresta

Seduto su una grossa radice, tra l’ombra e il sole, Antônio guardava il villaggio muoversi, gli uomini tornare dalla caccia, le donne affaccendate, i bambini che sembravano dappertutto nello stesso momento. Sono in questo villaggio da tredici giorni, tredici tacche su quell’unico tronco che mi hanno permesso di toccare, le ho contate e ricontate. A casa staranno organizzando i soccorsi, un elicottero di certo arriverà a momenti, se non oggi domani, dopodomani al più tardi. Guardò quasi senza vederlo un petalo bianco, un pappo, un grumo di polline che galleggiando nell’aria calda gli si era posato sul braccio. Sembra un fiocco di neve, pensò. Non che lui l’avesse mai vista dal vero, la neve, avendola conosciuta soltanto al cinema e nei libri, ma era certo di sapere com’era. E il pensiero della neve improvvisamente si saldò col conteggio dei giorni che aveva appena fatto: la neve, sono arrivato qui tredici giorni fa, sono partito da Monte Dourado il quattro dicembre, poi i giorni lungo il fiume, la jeep, la neve… Tra due giorni è Natale!

DOPODOMANI SARA’ NATALE! Questa è una notizia urgente, devo dirlo a qualcuno, è Natale! È Natale, devo dirlo…

Non c’era nessuno a cui dirlo.

Non mancavano le persone, anzi, i cacciatori erano tornati dalla battuta con le carcasse di due animali enormi e si stavano radunando nella radura, non vedevano l’ora di mettersi a giocare, chissà dove erano stati a caccia: avevano tutte le gambe sporche di una sostanza giallognola che sembrava appiccicosa e, Antônio non si sbagliava, molto puzzolente. Le donne erano ovunque, chi non stava giocando cuoceva cose imprecisate sui fuochi, altre erano in disparte che ridevano e chiacchieravano. I bambini erano dappertutto, rumorosi e irrefrenabili. Però non c’era nessuno a cui dirlo, quella lingua incomprensibile non consentiva nessuna comunicazione neanche minimale. Non c’era nessuno a cui dirlo: *è Natale, i regali, i bambini…*

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Un uccellaccio del malaugurio ma di metallo

Il Junkers D-218 durante spedizione in Brasile

Loro, i piloti tedeschi del Junkers D-218 ammarato per aver finito il carburante nelle acque del Rio delle Amazzoni proprio di fronte a Macapá attorno al 25 marzo 1923, non erano preoccupati per la tenuta del velivolo. No, in quella spedizione in Sudamerica avevano fronteggiato situazioni ben più gravi: mareggiate, tempeste, lutti, pioggia tanto battente da non poter volare, avarie.

Le acque del Rio delle Amazzoni erano calme, il cielo stava dando un po’ di tregua, c’era perfino un po’ di sole che sbucava dalle nuvole, l’aereo era in buone condizioni e l’amaraggio di emergenza era stato causato semplicemente dalla mancanza di carburante. Niente di cui preouccuparsi, quindi, tranne per il fatto che la popolazione di Macapá era, beh, letteralmente impazzita.

Nessuno in città aveva mai visto un aereo, nessuno ne aveva mai sentito parlare, padre Júlio Maria Lombaerd, grazie forse alla sua educazione il più pacato e sereno tra gli abitanti, si strappò gli abiti talari e si gettò nudo in acqua alla volta dell’aereo urlando «ANDATEVENE PER L’AMOR DI DIO SE NON VOLETE CHE IL MONDO FINISCA QUI E ORA!» seguito a ruota dai pescatori e da diversi altri cittadini. Non ci sono molti[1] altri resoconti delle reazioni della popolazione ma crediamo che questo possa darne un’idea.

Drewsky e Jastram, questi i nomi dei piloti, capirono presto a quale pericolo stavano andando incontro e non persero la testa. Cominciarono così a prendere a calci tutti quelli che tentavano di salire sui galleggianti ben sapendo che l’aereo non avrebbe retto il peso di tutta quella folla e si sarebbe inabissato. Dopo diversi minuti in cui i corpi e crediamo anche le facce degli abitanti di Macapá ebbero modo di verificare loro malgrado la solidità degli stivali di fabbricazione tedesca proprio padre Júlio Maria Lombaerd scese a più miti consigli e si autoelesse portavoce della città.

L’idrovolante venne ormeggiato di fronte alla fortezza, Drewsky e Jastram partirono a vela alla volta di Belém alla ricerca di un po’ di carburante, e quella che sembrava la più grande maledizione che si fosse mai abbattuta sul pianeta si trasformò presto in un’enorme festa, forse la più grande che il nostro pianeta abbia mai visto, una festa di cui qualcuno ancora racconta.

1. http://agenciaamapa.com.br/noticia.asp?n=35481

Anche di questo si parla ne La mossa del tapiro.

Lo stadio Zerão

Equatore

La linea di centrocampo dello stadio Zerão corre lungo l’equatore (o viceversa)

Cosa si proverà a giocare nello Zerão? Il numero due della nazionale Under 20 brasiliana che vediamo nella fotografia sarà consapevole che è l’intero emisfero sud a dover essere difeso? E il giocatore della squadra dello stato di Amapá che sta superando con uno scatto la linea di centrocampo sentirà qualcosa di diverso? Sentirà di aver abbandonato il “nord” per inoltrarsi nel nemico e temibile (almeno per 45 minuti) “sud”?

Benvenuti all’Estádio Milton Corrêa, conosciuto da tutti come Zerão:

Lasciata la scuola e dopo aver pranzato come ogni giovedì da sua madre, che non mancava mai di fornirgli anche un pacchetto di dolci “per la merenda”, Antônio percorreva in bicicletta il viale che separa i due parcheggi dello stadio Zerão, diretto verso la sessione di allenamento pomeridiana.

Dipinte per terra una linea gialla e una verde segnano la metà della carreggiata e soprattutto, come sanno tutti a Macapá, segnalano la presenza di quella linea potente e immaginaria che è l’equatore.

Un equatore che non si ferma davanti a niente: sorvola senza paura il Rio delle Amazzoni, corre veloce verso il continente, trafigge l’orribile monumento eretto in suo nome di fronte all’ingresso dello stadio, salta agilmente il vecchio muro di cinta il cui azzurro originale è ormai stato scrostato dalla pioggia, dal caldo e dalle decine di mani che hanno lasciato ogni tipo di scritta, divide in due gli spalti costruiti nel 1990 e da allora sempre poco frequentati e, cosa più importante, ringrazia chi ha progettato lo stadio facendo in modo che la linea di centrocampo corresse precisamente tra i due emisferi, facendo dello Zerão un posto unico al mondo.

Non sappiamo in quanti stadi varrebbe la pena giocare almeno una volta nella vita, ma certamente lo Zerão è uno di questi. Si trova a Macapá, capitale dello stato di Amapá nel nord del Brasile. E quelle grandi strisce azzurre che lambiscono a sud la città altro non sono che l’estuario del Rio delle Amazzoni. E quella cosa infinita e verde lì di fianco è la Foresta Amazzonica.

macapa

Lo sentite il richiamo?

(se la risposta è “sì” potete provare a leggere La mossa del tapiro)