Il giorno in cui iniziarono gli anni ’80

L’altro giorno ho visto una delle vignette che xkcd ciclicamente dedica agli eventi che segnano l’inesorabile passaggio del tempo. E mi è venuto da pensare che se ci sono già giovani adulti che non hanno un ricordo diretto dell’undici settembre, a maggior ragione la storia del trionfo italiano ai mondiali di Spagna è una storia che, finalmente, può aver senso raccontare.

La storia del nostro trionfo ai mondiali del 1982 comincia nel 1977. A giugno di quell’anno il Lanerossi Vicenza, guidato dal capocannoniere Paolo Rossi, vinse il campionato di Serie B. Nel successivo campionato di Serie A il neo promosso L.R. Vicenza arrivò secondo e Paolo Rossi vinse di nuovo il titolo di capocannoniere, cosa che gli valse la convocazione ai mondiali di Argentina 1978.

 

Nota 1: il secondo posto del Vicenza è tuttora il miglior risultato di sempre di una squadra italiana neopromossa, nemmeno la Juve al ritorno in A seppe fare di meglio. Va anche detto, però, che il Vicenza non era una squadretta così piccola come oggi si potrebbe immaginare: fino a due anni prima era stata in serie A per vent’anni consecutivi, ottenendo discreti risultati.

Nota 2: una cosa che all’epoca mi dava un fastidio tremendo era che, quando le squadre venivano elencate in ordine alfabetico, il Vicenza veniva indicato prima della Lazio, in quanto “Lanerossi Vicenza”. Fastidio acuito dal fatto che il Verona, nonostante la denominazione ufficiale di Hellas Verona, veniva invece elencato in fondo. 

Ai mondiali di Argentina, tristemente passati alla storia come il mondiale del regime, il nostro centravanti titolare in pectore era Graziani, ma a sorpresa Bearzot schierò Rossi sin dalla prima partita, venendone subito ripagato con un goal dopo una carambola assurda (2 a 1 per noi, dopo un inizio tremendo con goal della Francia dopo 40 secondi). Seguì un altro goal nella tranquilla vittoria contro l’Ungheria e l’assist a Bettega per il goal dell’1 a 0 contro l’Argentina futura campione. Ancora un goal contro l’Austria nel girone successivo, poi più niente, ma tanto bastava per la consacrazione di Rossi come giocatore di livello internazionale.

(altri tempi: Martellini a inizio partita spiega la faccenda dei numeri delle maglie ai mondiali)

Tornati in Italia, Rossi giocò ancora un discreto campionato nel Vicenza, che però non bastò a evitarne la retrocessione. Rossi era ormai un giocatore da squadre con grandi ambizioni: per quanto strano possa suonare oggi, questo significò il suo passaggio al Perugia, che aveva appena terminato il campionato al secondo posto, imbattuto per tutte e trenta le partite.

Erano a140px-paolo_rossi_-_ac_perugia_1979-80nni in cui la figura del calciatore iniziava la sua transizione da semplice personaggio popolare a star. Pochi anni prima aveva fatto scalpore il passaggio di Beppe Savoldi dal Bologna al Napoli per due miliardi di lire. L’operazione di trasferimento di Rossi al Perugia si accompagnò all’apparizione per la prima volta di uno sponsor sulle maglie di una squadra di calcio. E tanto per dare la misura della follia: in una candid camera andata in onda in quel periodo, un tizio andava fuori dagli stadi a vendere dei sacchetti contenenti i peli delle gambe di Paolo Rossi e trovava acquirenti (è un ricordo di cui non trovo riscontri su Google, ma di cui sono abbastanza sicuro. Il programma potrebbe essere Tutti insieme compatibilmente o forse L’altra domenica).

Nel Perugia però, il patatrac. La squadra fece un campionato di media classifica, Rossi arrivò terzo nella classifica dei marcatori dietro Bettega e Altobelli, ma soprattutto a fine anno scoppiò il primo grande scandalo scommesse del calcio moderno. Rossi risultò tra i coinvolti per una partita finita 2 a 2 con l’Avellino e anche se negò sempre ogni addebito fu squalificato: inizialmente per tre anni, poi ridotti a due.

La squalifica gli fece saltare gli Europei di Italia ’80 (europei che chiudemmo al quarto posto anche per via di una formula assai poco sensata) e sarebbe terminata poco prima dei mondiali del 1982: in particolare, Rossi ebbe il tempo di giocare solo le ultime tre partite di campionato. Non furono tre banali partite di fine campionato: nel frattempo Rossi era diventato un giocatore della Juve e al suo rientro in campo la Juve era appaiata in testa alla classifica con la Fiorentina. La prima partita fu Udinese – Juventus; Rossi contribuì alla vittoria per 5 a 1 segnando un goal. Nelle due partite successive non segnò, ma la Juve riuscì comunque a vincere lo scudetto. Le sue prestazioni furono sufficienti affinché Bearzot decidesse di convocarlo per i mondiali di Spagna, ma non furono abbastanza per placare le critiche di stampa e pubblico.

La spedizione azzurra iniziò dunque tra critiche e dubbi, alimentati anche dall’assenza di Bettega, che era stato tra i trascinatori della squadra nelle qualificazioni ma si era infortunato a novembre dell’anno precedente.

Le prime partite non fecero nulla per fugare dubbi e critiche, anzi finirono per alimentarli. Un incolore pareggio per 0 a 0 con la Polonia, poi un pareggio 1 a 1 con il Perù e infine un altro 1 a 1 addirittura con il Camerun (nazione esordiente che all’epoca non godeva di alcun credito) bastarono a malapena per qualificarci al secondo posto del girone. Le due reti furono segnate da Conti e Graziani, mentre Rossi, che era sceso in campo in tutte e tre le partite, era risultato quasi nullo.

All’epoca dopo il primo girone eliminatorio non iniziava la fase ad eliminazione diretta, ma si disputavano quattro mini gironi da tre squadre ciascuno. Il nostro secondo posto nel girone eliminatorio ci fece finire in un girone con l’Argentina, campione del mondo in carica e nelle cui file per la prima volta apparve Maradona, e il Brasile, squadra stracolma di campioni (Zico, Socrates, Falcao, Eder, Junior, Cerezo) che aveva vinto in scioltezza il proprio girone.

Le premesse per una rapida eliminazione dell’Italia c’erano tutte, insomma. E gli azzurri si presentarono al primo appuntamento con l’Argentina in un clima di crescente scetticismo da parte della stampa, a cui la squadra aveva risposto organizzando il primo silenzio stampa della storia del calcio italiano, con il solo Zoff delegato dal resto della squadra a presentarsi a parlare con i giornalisti.

La partita con l’Argentina andò invece sorprendentemente bene. L’Italia giocò bene e vinse segnando due splendidi goal con Tardelli e Cabrini (e subendone uno da polli sul finire della partita). Il temutissimo Maradona venne annullato da Gentile, e la partita è anche un esemplare da manuale della differenza tra il calcio di allora e quello di oggi per quel che riguarda ciò che era permesso fare ai difensori. Il trattamento riservato da Gentile a Maradona, perfettamente lecito allora, oggi porterebbe un difensore all’espulsione già nel primo tempo.

E Rossi? Ancora una volta non pervenuto o quasi, anzi, in occasione del secondo goal era stato proprio lui a divorarsi un’occasione clamorosa, un errore a cui per fortuna avevano rimediato i suoi compagni.

E si arriva così alla partita con il Brasile. Per passare il turno serviva una vittoria, dato che anche il Brasile aveva battuto l’Argentina ma con un goal di scarto in più. Ciò nonostante, la vittoria e soprattutto la bella prestazione contro l’Argentina ci portarono alla sfida decisiva con un pizzico di speranza. Forse dopotutto non eravamo così scarsi. Certo, restava sempre il problema del fantasma di Paolo Rossi al centro dell’attacco.

Affrontiamo il Brasile con la formazione invariata. E non solo in campo, ma anche nei bar, perlomeno nel mio. Il signore col panama che nessuno conosceva e che con l’Argentina si era piazzato al centro del Bar Acli in mezzo a noi ragazzetti vocianti, con il Brasile tardava a presentarsi. Stava iniziando la partita e ancora non ce n’era traccia. Verrà? Non può non venire. Eravamo più in tensione per lui che per Rossi. Il bar era pieno e questa sedia vuota al centro della prima fila era sempre più difficile da difendere, finché finalmente arrivò, lo facemmo sedere e la partita poté cominciare.

Passano cinque minuti, Conti porta palla, taglia per Cabrini, cross e chi ti sbuca metaforicamente dal nulla? Paolo Rossi. 1 a 0 per noi. È rinato. Proprio oggi. Forse ce la possiamo fare? Il Brasile si riorganizza subito e sette minuti dopo Zico si inventa uno splendido passaggio filtrante per Socrates che trapassa la nostra difesa a velocità tripla e infila la palla sul primo palo. 1 a 1. Ah, ecco, te pareva. Non ce la possiamo fare.

E invece sì. Invece gli azzurri non si buttano giù. Al 25′ la difesa brasiliana pasticcia, Rossi spunta di nuovo dal nulla, prende la palla, si invola, trafigge Waldir Peres (insieme a Serginho uno dei due punti deboli dello squadrone brasiliano). 2 a 1 per noi. È lì che cambia la partita: il primo goal poteva ancora passare come un incidente. Ma tornare in vantaggio così è il segno che ce la possiamo fare per davvero. E infatti teniamo. Il Brasile si butta in avanti ma non passa e chiudiamo il primo tempo in vantaggio. Nell’intervallo il consenso è che stiamo giocando bene e ce la possiamo fare.

Riprende la partita. L’assalto del Brasile è sempre più violento, finché a metà del secondo tempo Falcao prende palla e pareggia con un tiro dal limite (che scopro solo oggi essere stato deviato da Bergomi, perlomeno a detta di Zoff; minuto 5:31 nel filmato qui sotto). 2 a 2. Mancano venti minuti. Col pareggio passano loro. Ma noi oggi siamo fortissimi. Siamo sicuri di esserlo. Noi abbiamo Paolo Rossi. Che infatti cinque minuti dopo sbuca da una mischia in area e fa il suo terzo goal della partita. 3 a 2. Grande esultanza in campo e nel bar. Il panama del signore vola via e prima di tornare al suo legittimo proprietario fa un giro sulle teste di ciascuno di noi.

Ma la partita non è ancora finita. C’è ancora tempo per il goal di Antognoni. Annullato. Per un fuorigioco. Che non c’era. Ma è giusto così: in quella partita doveva segnare solo Paolo Rossi. Se fosse finita 4 a 2 non sarebbe stato altrettanto bello. E non ci sarebbero state le condizioni per la parata miracolosa di Zoff all’ultimo secondo della partita. Zoff che era forte perché sapeva piazzarsi bene ma Zoff che non si tuffava mai. Zoff che si tuffò su un colpo di testa a botta sicura da pochi metri e fece LA parata.

E, soprattutto, se il goal di Antognoni non fosse stato annullato, avrebbe spezzato il ritmo di Rossi e il ritmo di Rossi non poteva più essere spezzato.

La semifinale contro la Polonia consistette nell’attraversare il campo con sicurezza diretti verso la finale e mentre lo si attraversava segnare due goal, prima con Rossi e poi, indovina un po’, di nuovo con Rossi. Una formalità, tanto che il bagno nel fiume, così spontaneo dopo la vittoria col Brasile, sembrò quasi una forzatura, cosa esulti per una cosa che era ovvio che sarebbe andata così.

L’epica delle semifinali si era tutta riversata nell’altra partita, Francia – Germania, 1 a 1 dopo i regolamentari, l’uscita micidiale di Schumacher su Battiston, poi la Francia che va in vantaggio 3 a 1 ai supplementari e la Germania che riesce comunque a pareggiare e andare ai rigori, la prima partita della storia dei mondiali che finisce ai rigori, Stielike disperato in lacrime, e poi la vittoria della Germania, magistralmente rivisitata anni dopo da un gruppo di ragazzi francesi.

Mitico, certo. Ma di tutto questo a noi non ce ne fregava niente. Noi eravamo focalizzati al laser sui preparativi per la nostra finale. La sala del Bar Acli non sarebbe bastata a contenere tutti i potenziali spettatori, così Vittorio del bar decise di mettere il televisore fuori, nello spiazzo che dava sul campo da bocce. Era il 1982. Le tv a colori erano arrivate relativamente da poco (in casa mia giusto in tempo per i mondiali del 1978), gli schermi giganti erano ancora fantasia. Così ci ritrovammo in duecento e passa a guardare un televisore che sarà stato un 25 pollici a dir tanto. Ma tanto noi eravamo in prima fila, e il signore col panama c’è, è lì in mezzo a noi. Antognoni invece non c’è, si è fatto male con la Polonia. Al suo posto, per lo stupore di tutti, Bergomi. E dopo pochissimi minuti non c’è più nemmeno Graziani. Entra Altobelli. A metà del primo tempo ci danno un rigore. Lo tira Cabrini quando ancora il fumogeno che qualcuno ha tirato sul dischetto non s’è spento del tutto. E lo sbaglia. Un rigore tirato malissimo. Ma non c’è problema, è ovvio che non potesse segnare. Perché lo sapevamo tutti chi è che doveva segnare. E al 12′ del secondo tempo segna. Paolo Rossi. Sesto goal consecutivo. Tre al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania. tardelli_1982-kjsh-672x351ilsole24ore-webVa bene così, ora c’è di nuovo spazio per gli altri. È un mondiale ordinato. E per fare le cose ordinate segniamo ogni 12 minuti. Al 24′ Tardelli segna e diventa un poster. Al 36′ ci pensa Altobelli a chiudere i discorsi. Poi forse segna pure un tedesco, chi lo sa, chi se ne frega. Nando Martellini scandisce Campioni del mondo Campioni del mondo Campioni del mondo, Pertini agita la pipa, gli anni ’80 possono cominciare.

 


 

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