Natale nella foresta

Seduto su una grossa radice, tra l’ombra e il sole, Antônio guardava il villaggio muoversi, gli uomini tornare dalla caccia, le donne affaccendate, i bambini che sembravano dappertutto nello stesso momento. Sono in questo villaggio da tredici giorni, tredici tacche su quell’unico tronco che mi hanno permesso di toccare, le ho contate e ricontate. A casa staranno organizzando i soccorsi, un elicottero di certo arriverà a momenti, se non oggi domani, dopodomani al più tardi. Guardò quasi senza vederlo un petalo bianco, un pappo, un grumo di polline che galleggiando nell’aria calda gli si era posato sul braccio. Sembra un fiocco di neve, pensò. Non che lui l’avesse mai vista dal vero, la neve, avendola conosciuta soltanto al cinema e nei libri, ma era certo di sapere com’era. E il pensiero della neve improvvisamente si saldò col conteggio dei giorni che aveva appena fatto: la neve, sono arrivato qui tredici giorni fa, sono partito da Monte Dourado il quattro dicembre, poi i giorni lungo il fiume, la jeep, la neve… Tra due giorni è Natale!

DOPODOMANI SARA’ NATALE! Questa è una notizia urgente, devo dirlo a qualcuno, è Natale! È Natale, devo dirlo…

Non c’era nessuno a cui dirlo.

Non mancavano le persone, anzi, i cacciatori erano tornati dalla battuta con le carcasse di due animali enormi e si stavano radunando nella radura, non vedevano l’ora di mettersi a giocare, chissà dove erano stati a caccia: avevano tutte le gambe sporche di una sostanza giallognola che sembrava appiccicosa e, Antônio non si sbagliava, molto puzzolente. Le donne erano ovunque, chi non stava giocando cuoceva cose imprecisate sui fuochi, altre erano in disparte che ridevano e chiacchieravano. I bambini erano dappertutto, rumorosi e irrefrenabili. Però non c’era nessuno a cui dirlo, quella lingua incomprensibile non consentiva nessuna comunicazione neanche minimale. Non c’era nessuno a cui dirlo: *è Natale, i regali, i bambini…*

Non lontano dalla casa di Antônio a Macapá si trovava una parrocchia con dei padri missionari venuti da un posto in Italia chiamato Assisi. Quando era bambino Antônio amava passarvi lunghi pomeriggi, a farsi raccontare storie su questo strano paese da Padre Aldo, un prete affabile e dalla parlantina sciolta, che amava presentarsi dicendo che in realtà si chiamava Gesualdo, ma quando si era trattato di abbreviare il nome aveva avuto un’unica scelta per non sembrare troppo presuntuoso. «Non provi mai saudade per l’Italia?» gli aveva chiesto un giorno Antônio. «Qual è la cosa che ti manca di più?»
«Le stagioni.» aveva risposto Padre Aldo senza esitazioni.
«Le stagioni?»
«Sì. Sai, voi qui avete due stagioni: la stagione della polvere e quella del fango. Anche noi abbiamo le stagioni, solo che in Italia sono quattro.»
«Quattro? Allora un anno in Italia dura il doppio che da noi!» aveva commentato il piccolo Antônio, desideroso di mostrare che aveva già imparato a fare i conti.
«Haha, no, no. L’anno dura tanto quanto qui, sono le stagioni a durare la metà, così c’è più spazio per infilarcele tutte.»
«E quali sono le altre due?»
«No, sono tutte e quattro diverse da quelle di Macapá. La prima, che non a caso si chiama Primavera, è magnifica. Gli alberi sono in fiore, nell’aria c’è un profumo fantastico, tutto è così bello che il sole ogni mattina si alza sempre più presto per ammirare il mondo, e alla sera va a letto sempre più tardi, come te, perché non ha ancora finito di guardare tutto quello che c’è da guardare.»
«Proprio come me» aveva confermato Antônio.
«Sì. E poiché il sole sta sveglio sempre di più, le giornate si allungano e fa sempre più caldo, finché a un certo punto la terra si è scaldata tantissimo e allora tutti vanno al mare a fare il bagno e sugli alberi i fiori sono diventati frutti. Quella si chiama estate. Fa così caldo che il sole stesso verso sera non ne può più e inizia ad andare a dormire un po’ più presto.»
«Io no. Io vado sempre a dormire tardi, la mamma mi rimprovera sempre.» aveva dichiarato fiero Antônio.
«Male, dovresti ascoltare quello che ti dice Marcela. E’ una donna saggia e comunque è tua madre.»
«Continua con il racconto Padre Aldo, non ti interrompo più.»
«Dopo l’estate arriva l’autunno: inizia a piovere e a fare più fresco. Al sole l’autunno non piace molto e così si alza sempre più tardi e va a letto sempre più presto e le giornate diventano sempre più corte e fredde. Le foglie degli alberi cambiano colore, diventano gialle, poi rosse e poi puff! spariscono.»
«Spariscono?»
«Sì. Spariscono. Rimangono solo i tronchi e i rami. E quando ti sembra che il mondo non possa incupirsi più di così, ecco che le giornate diventano cortissime e poi arriva l’inverno e la neve.»
«La neve?»
«Sì, la neve è come una coperta gelata che cala su gran parte dell’Italia. Bianca ma freddissima.»
«E tu hai saudade di tutto questo? Ti manca il freddo?»
«Non ho nostalgia del freddo, ma dell’alternanza. E poi d’inverno c’è il Natale, che è una festa bellissima.»
«Natale è bellissimo, è vero! Ma ce l’abbiamo anche noi.»
«Sì, ma in Italia cade nel momento più freddo e buio dell’anno. Fuori cade la neve e nelle case si fa festa davanti al camino, sapendo che i giorni presto torneranno ad allungarsi e finito l’inverno tornerà la primavera.»
«Boh, io a Natale preferisco fare i tuffi nel Rio. E mi piace tantissimo fare il presepe.»
«E fai bene. A proposito di presepe, ti va di venirmi ad aiutare domani? Dicembre si avvicina, dobbiamo iniziare a preparare le statuine.»

Non importa che io sia sperso nel cuore dell’Amazzonia, il Natale è Natale: non posso farlo scivolare via come se fosse niente. Devo fare qualcosa, non so bene perché ma insomma Natale è Natale. Sarebbe più facile se riuscissi anche solo un pochino a comunicare con questa gente, ma anche se l’unica cosa che sono riuscito a capire è che probabilmente non mi mangeranno forse qualcosa posso fare comunque, chissà. Da quando era arrivato nel villaggio i giorni erano corsi via velocissimi, ma in quel momento per Antônio il tempo si era fermato. Nessuna tradizione poteva essere spiegata a questo popolo, indipendentemente dalla lingua. I regali? Babbo Natale e le renne? Il pranzo? La calza? Ma se non avevano nemmeno il concetto di calza! C’era quel monello che il primo giorno si era arrotolato e messo al collo due suoi calzini e da allora lo aveva sempre visto così. Le altre paia di calze che avevano trovato nel suo zaino erano state subito usate dagli altri abitanti del villaggio come sacchetti per trasportare lombrichi, per legare un’amaca o un arco e per altri utilizzi molto pratici, sembrava che fossero l’oggetto che stavano aspettando da secoli. Cosa doveva fare? Ricomprarli, forse, ma come? Rubarglieli? Non voleva certo creare un caso diplomatico con gente in grado di cacciare animali di quelle dimensioni. No, i due calzini fosse stato per lui sarebbero rimasti per sempre al collo di quel bambino.

Ma forse qualcosa posso fare, fosse anche solo qualcosa che faccio per me, senza che loro ne capiscano il senso. A pensarci bene una cosa in comune poteva esserci: la capanna, il presepe. Si guardò intorno: i tetti delle capanne del villaggio affioravano dal verde degli alberi più bassi. Tornato col pensiero alla conversazione con Padre Aldo, si convinse che il presepe in fondo non presentava grossi problemi. Certo non poteva spiegare loro cosa significasse, ma lui l’avrebbe saputo: almeno per lui sarebbe stato Natale.

Così Antônio decise di provarci. Del resto non aveva niente da fare per passare il tempo, allestire un presepe era senz’altro qualcosa di meglio che starsene seduto con le orecchie tese aspettando il rumore di un elicottero. Senza allontanarsi dal villaggio – l’esperienza di essere smarrito nella foresta era troppo recente perché avesse voglia di ripeterla e comunque gli abitanti del villaggio si sarebbero in qualche modo opposti – raccolse decine di rametti, badando bene di non avvicinarsi troppo al tronco degli alberi, gesto che rendeva gli abitanti sempre piuttosto nervosi, e di raccogliere solo quelli che trovava in mezzo alla pista battuta (anche andare a rovistare sotto ai cespugli rendeva gli abitanti molto nervosi).
Poi si sedette a impastare, con grande concentrazione ma piuttosto goffamente fili d’erba e fango, formando una decina di palline. Nella sua testa dovevano essere belle palline lisce tutte più o meno uguali, per formare la testa e i corpi dei pupazzetti del presepe, ma il risultato era qualcosa di piuttosto informe, bitorzoluto e grumoso. Non fa niente, verrà un presepe un po’ particolare. Non erano passati dieci minuti e la prima bambinetta si era fermata incuriosita a guardarlo. Avrà avuto sì e no cinque anni, gli occhi furbi e rapidi sul faccino dipinto di rosso. Non aveva capito dove quello strano uomo volesse andare a parare, ma aveva intuito che la sua intenzione era fare delle palline e decise di aiutarlo. Gli fece cenno di seguirla in un’altra zona del villaggio, dove cresceva un’erba con i fili più spessi e lunghi. Muovendosi lentamente come per mostrare a un neonato una cosa nuova (sono un neonato per loro, ecco cosa sono) strappò un paio di ciuffi d’erba, se li mise in bocca, li masticò brevemente (masticare! Perché non ci ho pensato prima? Sì figuriamoci, se mi metto in bocca una cosa a caso scateno una crisi di urla in quelli attorno a me che li sentono fino a Macapá) e solo a questo punto li impastò con il fango: una pallina perfetta. Muovendosi con cautela Antônio strappò due ciuffi d’erba, guardandosi attorno e aspettandosi uno scoppio di urla. Due donne tra le quali la strega che lo aveva salvato pochi giorni prima avevano già interrotto le loro attività per valutarne l’operato con sguardi attenti. Continuando a fissarle Antônio si portò lentamente l’erba alla bocca, aspettandosi un putiferio che invece non ci fu. Ok, quest’erba è ok, la posso masticare anch’io. Nel giro di mezz’ora la fabbrica di testoline era a pieno ritmo. Una decina di bambini e ragazzini si erano uniti disordinatamente a loro e pur rumorosamente avevano contribuito in modo sostanzioso alla produzione di palline. Non era stato un esempio di organizzazione, i bambini avevano prodotto di tutto: grandi masse informi che non avevano mancato di tirarsi a vicenda, piccole forme oblunghe che poi schiacciavano con i piedi (peccato, pensò Antônio, quelli potevano essere il bue e l’asinello!), dischi di tutte le dimensioni che qualcuno perdeva tempo a decorare, altri a distruggere, altri ancora a tirarsi e ritirarsi. Però alla lunga le palline presero il sopravvento, quelle che non si tirarono o che non andarono perse in altri modi bizzarri, tanto che Antônio a un certo punto ne contò più di cento. Ma il vero tripudio avvenne quando Antônio costruì il primo omino usando due palline e cinque bastoncini. A un breve silenzio seguì una vera e propria ovazione e in breve la fabbrica di palline si trasformò in fabbrica di omini, con i primi adulti che avevano iniziato a osservare, un po’ perplessi, quella bizzarra attività.

I bambini erano ormai coinvolti nella preparazione degli omini e di decine di strani animali che tutti si erano divertiti a inventare, ispirati da quelle che nella testa di Antônio erano pecorelle ma che in realtà sarebbero sembrati esseri immaginari anche a chi avesse mai visto una pecora dal vero.
E quando le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere la reazione fu immediata e fulminea: non sarà certo l’ennesima furiosa pioggia pomeridiana a rovinare tutto questo lavoro! Ciascuno prese in mano quanti omini o animaletti poteva e li trasportò sotto al tetto dello shabono, che lentamente iniziò a popolarsi di decine di minuscole figurine. Antônio era senza parole. L’enorme sproporzione tra le dimensioni della capanna e gli omini che lentamente stavano riempiendo una minuscola porzione del suo pavimento rendeva involontariamente solenne quel momento, come se una gigantesca cattedrale si stesse rapidamente affollando. Il tocco finale della mangiatoia vegliata dal bue e l’asinello più sbilenchi che si potesse immaginare commosse Antônio fino alle lacrime, senza che nessuno capisse il perché.

«Buon Natale» disse Antônio tirando su col naso, «buon Natale a tutti!»

Nessuno capì cosa stesse dicendo, né quale fosse lo scopo di tutti quei pupazzetti, ma poiché nonostante piagnucolasse un po’ l’uomo strano stava sorridendo e sembrava felice sorrisero anche loro. La sera era scesa rapida e attraverso la porta della capanna Antônio avrebbe giurato di aver visto, per un istante, brillare lontanissima la scia di una cometa.

—–

Buon Natale e felice anno nuovo da Laura, Leonardo, Miki (e Antônio).

Antônio, due calzini, la strega e tutti gli altri sono i protagonisti del romanzo La mossa del tapiro che trovate sia in formato ebook sia in formato cartaceo su Amazon.

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1 Comment

  1. The best novel I’ve read since years!! Congrats to the authors: joyful, Amazing, funny!

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