Le mirabolanti avventure di Pepè della foresta: El Dorado

Ancora un bicchiere, Pepè

Questa non la racconta facilmente.

Io stesso, grande, grandissimo reporter, ho dovuto quasi estorcerla con la forza. L’hanno picchiato, dice. Quattro bruti sono arrivati con il pick up e l’hanno portato da qualche parte. Pensava di morire di sete e di caldo, pensava che volessero lasciarlo marcire. La sera prima aveva fatto il gradasso, come al solito intendiamoci, e l’aveva sbandierata ai quattro venti. Il giorno dopo era a prendere sberle dio solo sa dove, a morire di sete e di caldo, soprattutto di sete.

Un’altra volta l’ha raccontato a una ragazza. Insomma ragazza, a una donna, a una di quelle donne… bene, non importa. Dice che da quel momento in poi l’ha guardato con due occhi spiritati, le tremavano le labbra. Dice che non ha voluto i soldi e ha lasciato di corsa la stanza, che il giorno dopo tutti alla taverna lo guardavano male e il giorno dopo e quello dopo ancora, che ci sono voluti mesi prima che la smettessero con quelle facce.

Scrivo “Dice” per aver sentito questo e molto altro uscire dalla sua bocca. Un’impresa facile? Tutt’altro.

Stavo seguendo una pista promettente, un segugio come me sta sempre seguendo una pista promettente ma questa era particolarmente promettente. Localizzare con precisione una certa area della Foresta Amazzonica da dove provengono… ma nemmeno questo importa veramente. Ero arrivato a Pepè dopo una lunga serie di peregrinazioni, non facile, non facile. Il farabutto ha iniziato davvero a commerciare in corsetteria femminile (chi ci avrebbe mai creduto?) e per questo si sposta continuamente, viaggia sempre. L’ho beccato una sera alle sette in un locale malfamato di Santana. Sbronzo perso, sdraiato su un divanetto in finta pelle nera, a canticchiare una canzoncina natalizia.

A me delle sue avventure nella foresta non importava molto, io volevo sentirmi dire altro, io volevo farmi raccontare di quando lui accompagnava i suoi polli da spennare nella foresta (non chiamateli turisti per l’amor del cielo!). Invece inizia con questa manfrina che ha paura, che qualcuno lo segue sempre, che quella volta se ne doveva stare zitto e anche quell’altra volta. Insomma, zitto non stava ma quello che diceva non era certo interessante. Almeno fin quando non ho deciso di buttare un po’ di benzina sul fuoco, di cachaça se vogliamo essere precisi. Per amore di statistica, e per odio del mio portafogli, ricordo che ne beve circa una bottiglia all’ora. Era quindi circa mezzanotte, abbracciato alla quinta bottiglia come se fosse l’amore della sua vita (e forse lo era) che ha cominciato a cantare. Non lalala, intendo a cantare proprio, a raccontarmi questa storia.

Come faceva il farabutto a portare i turisti (turisti!) nella foresta? La conosceva a menadito? Palmo a palmo? Certo che no. Si era creato un percorso a partire da poche centinaia di metri dalla baracca in cui abitava fino a una radura in riva al fiume, niente di che, la maggior parte erano piste segnate e sulle poche che non lo erano ci aveva dato dentro di machete. Il turista non se ne accorgeva, il turista dopo i primi due metri di vegetazione si sentiva nel cuore dell’Amazzonia, il turista si emoziona facilmente, si raggira facilmente.

La foresta meno. Ci sono corsi d’acqua che quando piove cambiano verso e a volte lo cambiano anche quando non piove. Ci sono laghi che a volte si seccano e ci trovi i tapiri a pascolare, c’è una vegetazione così rigogliosa che cambia in continuazione non lasciando nessun punto di riferimento. C’è il fatto che Pepè non è uno tanto bravo a orientarsi, finché si inoltra di un chilometro o due va bene ma non è un indio, non è un animale della foresta.

Dice che aveva avuto un incidente, che l’avevano salvato e che era tornato lì. Dice che non l’aveva raccontato nemmeno alla polizia perché, quindi (un segugio come me certe cose le capisce subito), aveva qualcosa da nascondere, aveva lasciato qualcosa di grosso, qualcosa che scotta, ed era andato a riprenderselo. Non che queste ultime cose me le abbia dette, le ho capite da solo.

Comunque è tornato a cercare il posto in cui ha avuto l’incidente e si è perso, ha guidato e guidato fino a quando non si è fatto quasi buio e ha deciso di fermarsi da qualche parte per la notte. Non è che nella foresta ci siano parcheggi, uno semplicemente si ferma dove si trova, non è che ci sia passaggio. E così Pepè già abbracciato alla sua bottiglia di cachaça, gli occhi che gli si chiudevano ha visto una cosa, un bagliore, una luce.

L’albero sotto a cui si era fermato non era un albero ma una statua. Alta almeno sei metri, dice. Larga, molto larga, ci vogliono almeno sei persone per abbracciarla completamente, dice. E, su questo Pepè non si può sbagliare, spostando un po’ le fronde e le liane che la circondavano quasi completamente non sembravano esserci dubbi: la statua era d’oro, d’oro massiccio.

La sua reazione non è stata composta. Ha pianto di gioia finché non ha finito le lacrime, ha urlato, ballato e naturalmente bevuto, bevuto fino allo sfinimento. Bevuto tanto che quando si è risvegliato era giorno pieno, pioveva a dirotto e si era dimenticato tutto, aveva messo in moto e se n’era andato.

“Pepè, sai dove ti trovavi? Magari in Suriname! Magari in Guiana!”

“No Opispo no. Non so dove mi trovavo, non lo so” risponde, mettendosi a piangere.

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