Perdersi nella foresta amazzonica

Questa storia non finisce bene, io lo so.
Altro che natura, altro che l’armonia dell’uomo e del cosmo, altro che recuperare i ritmi primordiali, io ci muoio in questa foresta di merda, muoio qui e nessuno saprà mai dove sono finito, altro che natura, muoio qui di fame e di sete, quanto ci vuole per morire, si muore prima di sete, si sa, ma ho ancora due dita d’acqua ma i ragni, non ci avevo pensato quando pensavo alla natura, magari fosse stato un giaguaro – oddio ci saranno giaguari qui – meglio un giaguaro ma non i ragni non voglio morire mangiato dai ragni, allora meglio un serpente, come quelli di cui mi parlava mia nonna che non fai neanche in tempo a dire intero il nome di gesùcristo e sei morto, meglio quello piuttosto che i ragni.

Si guardò attorno, nell’erba folta, per vedere se per caso il serpente fosse già in agguato. I pensieri gli si facevano sconnessi, la fame, la stanchezza, la sete. Si prese la testa tra le mani, i gomiti sulle ginocchia, forse era meglio lasciarsi morire lì, cosa poteva fare del resto.

E’ l’incipit de La mossa del tapiro. Le storie di questo libro sono completamente inventate, anche se ovviamente si fondano su un mondo realmente esistente e abbiamo preso spunto più volte dalla vita reale. La cosa buffa è che in più di un’occasione è stata la vita reale ad agganciarsi al romanzo. L’incipit qui riportato è stato scritto ad aprile 2014 (all’inizio l’incipit era un altro, quello che ora nella versione finale è il capitolo 1.0). Ad agosto 2014, invece, è davvero successo questo:

Gileno Vieira da Rocha, un ingegnere brasiliano di 65 anni, che lavorava per l’autostrada trans-amazzonica, si è perso nella foresta e sono passati 12 giorni prima che venisse ritrovato, fortunatamente ancora vivo.

Più avanti nel libro, quando riprendiamo ed espandiamo il pezzo descritto nell’incipit, scriviamo

Aveva camminato tutto il giorno, con in corpo soltanto una empanada ormai rinsecchita, due pacchetti di caramelle gommose al gusto ciliegia e due noci di cocco, l’unico frutto tra tutti quelli che aveva visto che non gli aveva fatto venire il sospetto di essere velenoso. Aveva fame, sete ed era molto stanco, ma soprattutto iniziava a essere davvero impaurito.

La principale conseguenza dello scrivere un romanzo a sei mani è che si discute anche sui passaggi più piccoli. Poiché abbiamo scritto senza incontrarci mai di persona, tali discussioni si sono svolte sui due siti che abbiamo usato per scrivere (Quip e Friendfeed) e quindi ne rimane traccia. Relativamente a questo passaggio, il mio (Leonardo) dubbio era questo:

Essendo nella foresta viene da chiedersi se non ci sia cibo in abbondanza. Magari ha paura di avvelenarsi, ma se ha molta fame qualche banana o altri frutti dovrebbe provarli, no?

Dubbio a cui Laura, che ha scritto il pezzo in questione, rispondeva così:

Mah, io ho guardato un po’ di cose relative alla foresta e mi pare di aver capito che c’è cibo per chi se lo sa procurare. Non ho letto, tra le piante della foresta, di banani: forse nelle cose che ho letto li dava per scontati, forse invece ce ne sono davvero pochi nel folto.

Se leggi (dovrei aver messo nei facts qualche link, adesso riguardo e semmai li aggiungo) vedi che ci sono questi alberi altissimi, 50 o 60 metri, e sotto è davvero molto scuro, forse i banani hanno bisogno di più luce e stanno dove prendono più sole? Vado a leggere meglio, poi vediamo come sistemare la frase.

Qui, per esempio: “Il manto vegetale si dispone a strati sovrapposti come se a una foresta se ne sovrapponessero altre. Lo strato più basso è formato da un fitto sottobosco, fatto di arbusti intricatissimi, di felci giganti, di piante carnivore, tra cui i raggi del sole penetrano a stento: tutte queste specie fanno a gara per uscire dalla penombra e conquistarsi un po’ di luce preziosa. Intorno alle radici contorte degli alberi e intorno ai tronchi pendono e si avvolgono liane, piante rampicanti e un numero infinito di piante parassite o semplici epifite, che si appoggiano ad altre piante per vivere, formando un groviglio inestricabile. Nello strato superiore si trovano gli esemplari di media grandezza sopra cui svettano le chiome larghe dei grandi alberi che raggiungono i 50-60 metri di altezza. Anche dalle foto non sembra di intravedere niente che a colpo d’occhio a me farebbe venire in mente “commestibile” . Qui invece di piante commestibili se ne parla.

Insomma, ci chiedevamo cosa si può mangiare se ci si perde nel fitto della foresta amazzonica. Ebbene, cosa ci insegna la vita reale? Che l’ingegner Vieira da Rocha è sopravvissuto nutrendosi di mosche e vespe.

(P.S. Chi ha letto il romanzo forse noterà anche la coincidenza relativa al cognome dell’ingegnere. Vale la pena sottolineare che noi abbiamo scelto il cognome di Antonio mesi prima di venire a sapere della storia di Vieira da Rocha)

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