Il muro

Cosa succede quando una città come Macapá diventa improvvisamente così famosa? Che la municipalità decide di fare un’operazione cosmetica: asfaltare le strade, ripulire le piazze, dare una mano di bianco o un giro di intonaco a quelle case il cui aspetto denotava un’incuria eccessiva. L’arrivo della stampa e di qualche turista in più, un’ondata a cui far fronte in qualche modo, passerà anche questo. Ma nel frattempo bisogna darsi da fare, bisogna diventare più belli.

La piccola vicenda che raccontiamo avvenne in un posto marginale della città, ai confini di una baixada molto povera, un posto di fango, aquiloni viola, sporcizia e naturalmente calcio. Un posto dove a partire dal mattino presto un gruppo di ragazzini si incontrava in uno slargo, non può essere definito piazza, e iniziava a giocare con la palla andando avanti a giocare, ininterrottamente, finché il buio gli impediva di vedere qualunque cosa. Ragazzini poveri di tutte le età. Alcuni sembrava che avessero appena iniziato a camminare altri con già il corpo, e l’odore, di giovani uomini.

Unica nota stonata, il pallone con cui giocavano era un Brazuca della finale, quello con i bordini dorati, che sembrava proprio originale, nuovo e splendente. Davvero una perla nel fango.

Una mattina i primi ragazzini che stavano già andando allo spiazzo per iniziare la loro giornata di amicizia e calci al pallone si trovarono di fronte uno spettacolo inaspettato: una flotta di mezzi gialli lucenti era già al lavoro. Avevano asfaltato i primi metri della strada che da generazioni era sempre stata sterrata. Avevano gettato l’asfalto così, direttamente sopra la polvere e le pozzanghere, chissà quanto sarebbe durato, ma già quel principio di striscia nera faceva una strana impressione nei ragazzi, non sembrava più casa loro.

Poco distante alcune gru erano state messe in posizione strategica sotto a mura recintate alla bell’e meglio. Avevano intenti bellicosi lo si capiva bene, erano stati scelti proprio i muri più scalcinati, qualcuno presto li avrebbe rimessi a nuovo. Una radio locale trasmetteva gli oroscopi letti da una donna con una parlata velocissima.

Tra tutti i muri scalcinati della zona ce n’era uno particolarmente caro ai ragazzini, il muro più lontano, quello con una porta incisa nell’intonaco, la LORO porta. Quando i più grandicelli cominciarono a riunirsi, smarriti, un signore di mezza età con una tuta da lavoro arancione stava già recintando anche quel muro. La reazione dei ragazzi fu unanime, si precipitarono urlando NO! NO! e si misero tutti in fila contro la parete impedendo agli uomini di lavorare.

Uno dei ragazzi in particolare sembrava più deciso degli altri. Mentre il responsabile del cantiere si avvicinava a passi lenti scuotendo un po’ la testa questo ragazzino già stava dicendo all’uomo con la tuta arancione: «Questo muro non lo potete toccare! Chiami chi vuole, il suo capo, il sindaco, la presidente, chi vuole! Anch’io ho conoscenze in alto sa? Oh sì, le ho. Lei chiami chi vuole, questo è il nostro muro, lo vede? Quelli scritti lì sopra sono i notri nomi! Lei chiami chi vuole ma noi da qui non ce ne andiamo!»

Non ci fu possibilità di farlo ragionare. Il ragazzino, con un gruppo di amici, rimase attaccato a quel muro tutto il giorno e tutta la sera. Non era particolarmente bello:

Tutto il muro era pieno di piccoli buchi, il più grande della dimensione di un pugno, e di scritte fatte con gessetti colorati scolorite dalla polvere e dalla pioggia.

Eppure era il loro muro.

La mattina dopo il ragazzino dopo una notte insonne si presentò davanti al muro con qualcuno di importante, qualcuno con la tuta verdeoro della nazionale, due persone che tutti riconobbero al primo colpo. Erano gentili, il giocatore diceva pochissime parole, chiese scusa più volte, indicò un buco più grande con un sorriso, l’allenatore ottenne di ritardare i lavori, disse che avrebbe pensato a una soluzione, chiamò al cellulare un certo George. Si allontanarono salutando e facendo autografi a tutti, gli operai con gli occhi colmi di gioia, i dirigenti felici di poter raccontare una storia meravigliosa la sera a casa. Nemmeno se si fosse materializzato iddio in persona sarebbero stati così felici.

Il capo cantiere si avvicinò al ragazzino per dargli una pacca sulla spalla.

«Ce l’hai fatta» gli disse «era vero che conoscevi qualcuno di importante. Posso sapere come ti chiami?»

«Marcos,» rispose lui «mi chiamo Marcos.»

«Come lui?» chiese il capo cantiere indicando il giocatore della nazionale brasiliana.

«No, è lui che si chiama come me» concluse il ragazzino.

(La fotografia è di Vito Bellino e non è solo bellissima, è perfetta.)

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