Se Salgari avesse usato Google

Da bambino adoravo Sandokan, come tutti. E come tutti l’immagine che più mi è rimasta impressa dello sceneggiato è quella del salto sotto alla tigre. Ci fu un’altra cosa che mi colpì, però, che non aveva a che fare con il racconto in sé, ma con il suo autore: il fatto che Salgari non avesse mai messo piede in Malesia né in nessun’altra delle terre di cui narrò.

Dalle faq di www.emiliosalgari.it

B.2 E’ vero che Salgari non vide mai i posti che descrisse nei suoi romanzi? Se è così quali posti vide realmente?
E’ vero, Salgari non vide mai la Malesia, l’India o il Mar dei Caraibi, che conobbe e studiò attraverso le pagine di enciclopedie, riviste di viaggi e un gran numero di altre fonti, cui attingeva nelle biblioteche delle città in cui visse (Verona, Torino). Si conosce un solo viaggio marittimo di questo autore, cui partecipò come passeggero o mozzo, ma di sicuro non come “capitano”, e fu a bordo della nave “Italia Una”, nel 1880 e durato circa tre mesi. “L’Italia Una” navigava nell’Adriatico, da Venezia verso i porti della Dalmazia, toccando infine anche Brindisi.

D’altro canto anche la maggior parte dei suoi contemporanei non conosceva i luoghi dei racconti, a tutto vantaggio degli autori. Oggi le cose sono cambiate parecchio: la gente viaggia, prendi un posto qualsiasi e troverai rapidamente qualcuno che c’è stato. All’autore non restano che tre strade: una è ambientare il racconto in un luogo fantastico, sui cui nessuno potrà trovare da ridire. La seconda è parlare solo di quella microscopica fetta di mondo che si conosce per esperienza diretta. La terza, quella che abbiamo scelto per il Tapiro, è quella di fare uso largo e abbondante di Google e di tutti gli altri strumenti di ricerca che internet mette a disposizione.

Ed è così che abbiamo riempito Quora di domande sull’uso dei cognomi brasiliani o sulla vita quotidiana di Macapá, che poi si sono trasformate in discussioni su quanto piove da quelle parti. Che abbiamo passato ore su Google Maps a studiare i possibili itinerari di Antônio e a fare lunghi giri con Street View tra le strade di Macapá. Che abbiamo letto pagine e pagine di studi su usi e costumi degli indigeni dell’Amazzonia e ci siamo addentrati nelle intricate regole della grammatica della lingua Tupi. Che ci siamo messi a guardare film brasiliani o ad ascoltare musica brasiliana. Che abbiamo guardato migliaia di foto su Google Images, arrivando a imbatterci in bellezze come queste, che hanno ispirato i personaggi di Janaína e Yamandé.

E’ stata un’avventura fantastica e divertentissima in sé e per sé, senza nemmeno stare a considerare il fatto che poi ci è servita per scrivere un romanzo.

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