Nella foresta duemila anni fa guardavano le stelle

Photo P-O Jay

La storia di Calçoene sembra cominciare sotto la pioggia nel 1893 quando nel letto del fiume Germano e Firmino Ribeiro, originari di Curuçà, scoprirono l’oro. La notizia venne confermata da un tale Clemente Tamba, cercatore della Guyana Francese che affermò di averne trovato in quantità. Questo risvegliò l’interesse dei francesi, che riaccesero una vecchia lite relativa ai confini tra l’Amapà e la Guyana, lite che si concluse, dopo diversi conflitti, con una schiacciante vittoria del Brasile che approfittò per annettersi anche il Parà. Sempre sotto la pioggia – Calçoene è la città più piovosa del Brasile, con una media annuale di ben 4165 mm d’acqua – alla fine del secolo venne creata sul luogo una colonia di immigrati russi, per ovviare alla scarsità di manodopera.

Già allora qualcuno, in particolare il naturalista svizzero Emilio Goeldi, aveva notato queste strane pietre ma solo nel 2006 gli archeologi annunciarono che quello che avevano trovato era un intero e completo complesso megalitico circolare, costituito da 127 blocchi di granito, alcuni dei quali alti fino a quattro metri. Le pietre sono disposte con cura e quelle di esse che sono inclinate pare proprio lo siano di proposito, tenute in quella posizione da una accurata disposizione di pietre più piccole alla base. Pare anche che le pietre siano state lasciate di proposito così grezze e non lavorate, per mantenerne vivo e incontaminato lo spirito.

Photo Denn Lam

Come sempre nel caso di queste strutture la loro funzione risulta incerta, forse templi, forse strutture funebri, forse calendari o osservatori astronomici: Calçoene oltre ad avere precisi riferimenti solari e lunari sembra indicare con molta precisione il solstizio d’inverno, grazie a deliberati giochi di ombre e a un buco circolare praticato in una delle pietre che pare abbia una perfetta corrispondenza col sorgere del sole il 22 dicembre (se non piove, naturalmente).

Photo Vincent Mouren

La datazione è incerta, cocci di ceramica e ossa trovati in due grandi fosse sembra facciano risalire il sito a cinquecento, mille, alcuni studiosi dicono anche duemila anni fa. E naturalmente nessuno sa niente di chi abbia alzato queste pietre nella foresta, in cima a una piccola collina che rimane asciutta anche durante le periodiche inondazioni che rendono i dintorni una enorme palude. Nessuno sa chi fossero ma è certo che fossero un po’ meno primitivi di quanto si fosse supposto. Qualcuno adirittura azzarda l’ipotesi che fossero navigatori arrivati per caso – e con molta fortuna – dalla lontana europa: non ci sono altri monumenti megalitici circolari nel continente, dicono, forse erano cugini di Stonehenge che hanno ripetuto le strutture che conoscevano. Qualcuno dice che da questi remoti caucasici discendono i capelli e gli occhi chiari che si trovano ogni tanto nelle tribù indigene, ma forse è più probabile che si tratti dell’eredità di uno di quegli sconosciuti lavoratori russi, o forse di un cercatore d’oro smarrito.

Forse un giorno sapremo qualcosa di più su chi ha eretto quel cerchio di pietra. Per ora nessuno sa che nomi avessero dato alle stelle, ma sappiamo che dalla foresta duemila anni fa le guardavano.

Photo Denn Lamm

La mossa del tapiro, disponibile su Amazon

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