Croazia

croazia

Formazione: Moacir, Marcos, Piata, Ubirajara, Itaúna, Tainì, Ubiratan, Jaguarìuna, Icicaribá, Cauê, Piraí.

«Non avevo capito che avremmo dovuto giocare contro gli anziani.»
«Non sono anziani, sono tutti molto più giovani di Antônio.»
«Sono anziani. Alcuni hanno anche quei peli sul mento, come Antônio. E poi cosa c’entra, sono più giovani di Antônio ma Antônio è molto anziano: se ci pensate è come se avesse vissuto due vite e nella prima era già anziano.»
«Comunque Antônio ha detto di rispettarli perché questi…»
«Anziani?»
«…giocatori sono tutti molto forti e giocano tutti nella Europa, che è un posto molto vecchio e lontano.»

Antônio teneva gli occhi chiusi nel sole del pomeriggio. Le chiacchiere che provenivano dai ragazzi seduti in panchina a pochi metri da lui, ciarlieri come comari, lo distraevano piacevolmente da una certa ansia: non si sentiva molto tranquillo a causa delle polemiche che erano continuate fino a cinque secondi prima di lasciare gli spogliatoi.

«Chissà com’è questa Europa eh? E chissà com’è questo posto, la Croazia…»
«Quante persone che ci sono, verranno tutte dallo stesso villaggio?»
«No.»
«Sì.»
«Si dice città
«Forse quelli bianchi e rossi vengono tutti dalla stessa città. Sono pochissimi.»
«Non sono pochissimi, sono molti di più di noi, intendo di noi al villaggio.»
«Forse la Croazia è un villaggio molto grande.»
«Si dice città.»
«Silenzio, silenzio, inizia una musica!»
«Che musica è?»
«È il canto delle feste della Croazia, non mi ricordo come si dice in portoghese…»
«Qualcosa nazionale, come “suono nazionale”, “canto nazionale”…»
«Inno,» sussurrò Yamandé,«inno nazionale
«Ah, giusto.»
«Giusto.»
«Ecco.»
«Adesso tocca a quello del Brasile, voi ve lo ricordate?»
«Antônio lo aveva cantato ogni tanto.»
«Io non me lo ricordo.»
«Zitti che inizia.»
«Zitti!»

In piedi Antônio cantava un po’ incerto l’inno nazionale. Incerto perché non si ricordava bene tutte le parole, perché travolto dall’emozione dell’evento, di uno stadio pieno di gente che cantava con lui l’inno di apertura dei Mondiali e anche perché si rendeva conto che i suoi ragazzi erano gli unici che non sapevano le parole dell’inno, tranne Piraí e Cauê che in qualche modo se ne ricordavano qualcuna, e questa scena alla televisione non sarebbe stata una bella pubblicità per loro.

«Cantavano tutti, è stato molto bello.»
«Mi tremano le gambe dall’emozione, credo che sia perché non ci siamo dipinti il corpo.»
«Anch’io senza il corpo dipinto mi sento vuoto, debole.»
«Sì.»
«Anch’io.»
«Moacir si è dipinto.»
«Si è dipinto? Davvero?»
«Sì, non in faccia ma sul corpo e sulle braccia. Con uno di quei pennarellidi Antônio. Lui deve portare il vestito che lo copre tutto, ha detto che nessuno se ne accorgerà.»

Deve aver approfittato della bagarre successa nello spogliatoio, pensò Antônio, non mi ero accorto che lo avesse fatto.

I ragazzi erano stati schierati dal Mister Gonçalves con un classico 4-4-2 ma, nonostante l’impegno di Antônio per tradurre il meglio possibile le sue indicazioni, più di un mugugno e di una lamentela erano scaturiti dai giocatori.

«Non si gioca così,» avevano protestato «non è questo il gioco della palla!».

Antônio non se l’era sentita di riportare fedelmente questo tipo di argomenti all’allenatore della nazionale più blasonata della storia, e si era limitato a dire ai propri ragazzi che anche con questa disposizione in campo avrebbero dovuto dare il meglio di loro stessi.

«A voi non danno fastidio queste scarpe con i denti?»
«Tacchetti» corresse Yamandé.
«Molto.»
«A me non molto, però mi dispiace di essere caduto quando ci hanno fermati prima di entrare sul campo.»
«Si scivolava.»
«Molto.»
«Anch’io sono quasi caduto.»
«Qualcuno della Croazia si è messo a ridere.»
«Non ho visto!»
«È perché non ci siamo dipinti.»
«Hai ragione.»
«È vero.»

Erano buffi da vedere, ben chiusi nelle loro felpe e coi cappucci tirati fin sugli occhi: per la prima volta stavano sperimentando una temperatura più bassa di venticinque gradi e avevano dovuto accettare la spiegazione di Antônio che no, non erano malati, quello si chiamava “fresco” o, se preferivano, “freddo”. E per la prima volta avevano capito quale potesse essere una funzione sensata dell’abbigliamento. Ma mentre i ragazzi in panchina commentavano, quelli in campo sembravano più concentrati nell’adeguarsi alle istruzioni e contare fino a quattro che nel giocare contro i croati, che iniziarono con un vero e proprio arrembaggio. Jaci in particolare, abituato a spaziare moltissimo, sembrava gravemente a disagio a dover fare il terzino puro, a dover seguire sempre lo stesso uomo, a doversi limitare a una zona ai suoi occhi così ristretta di campo. E forse era stata anche colpa di Antônio che gli aveva detto che doveva accertarsi che i difensori fossero sempre quattro e che formassero sempre una linea: era più il tempo che passava a chiamare e contare e allineare e ricontare che a giocare.

Al quinto del primo tempo Gonçalves era già in piedi paonazzo a sbraitare insulti che Antônio dalla panchina – a lui non era consentito alzarsi (e tecnicamente nemmeno di parlare ai giocatori, fatta salva l’esigenza di tradurre) – cercava come poteva di riferire. Da quel momento in poi l’intercalare “IDIOTIIDIOTIIDIOTI!” avrebbe fatto ogni pochi minuti da sottofondo al primo tempo.

«Questi stanno picchiando i nostri.»
«E l’arbitro non fischia mai.»
«Ecco, guarda, un altro calcio a Tainì.»
«Questo era forte.»
«Quando Tainì fa quella faccia vuol dire che sente molto dolore.»
«Eppure guarda come corre!»
«Bravo Tainì!»
«Forza!»
«Una gomitata!»
«Ubiratan!»
«Perde sangue!»
«L’arbitro gli fa i gesti di uscire.»
«Sì,» intervenne Antônio «bisogna farlo smettere di sanguinare, se no non può giocare.»
«Davvero?»
«E perché?»
«Sì, perché?»

«Antônio…» domandò confuso Ubiratan mentre gli medicavano il naso: «Come facciamo? Ci picchiano e l’arbitro non fischia!»
«Non siete concentrati, anche durante la tournée qualcuno era entrato duro ma non vi eravate mai lamentati.»
«Oggi è diverso.»
«Sì, questo lo vedo.»

Al decimo del primo tempo un’azione croata si sviluppò lungo il fallo laterale sinistro. Piata scivolò nei pressi della linea di centrocampo (ancora non si era adattato del tutto al dover indossare le scarpe) e fece filtrare un passaggio verso Kovadric che, quasi sulla linea di fondo, fece partire un cross tesissimo. Jaci stava convergendo verso il centro cercando di coprire due attaccanti che si erano prontamente sganciati. La palla, che si era infilata in una selva di gambe ed era stata toccata e deviata da compagni e avversari, gli sbucò davanti ai piedi e lui, che non aveva modo di fermare la sua corsa, la colpì e la fece finire in fondo alla propria rete.

«No!»
«Come ha fatto!»
«Non l’ha vista passare!»
«Uno a zero!»
«Per loro!»
«No!»

Un silenzio alieno scese sullo stadio di San Paolo e sull’intera nazione. Le poche migliaia di croati presenti sugli spalti esplosero di una gioia insperata e incontenibile. Gonçalves collassò sulla panchina con uno sguardo truce, Jaci gesticolò e urlò nella propria lingua non si sa cosa. Antônio guardò i suoi giocatori smarriti, in campo e in panchina: quello che succedeva non era giusto, i suoi ragazzi potevano giocare molto meglio di così. La situazione in cui si trovava non gli dava quasi nessuno spazio di manovra, ma doveva fare qualcosa.

Il gioco riprese con una Croazia più cauta e questo permise al Brasile di respirare e a Gonçalves di calmarsi.
«Una mandria di idioti,» sussurrò ad Antônio con un ringhio trattenuto «siamo venuti a giocare il mondiale con una mandria di idioti.»

«Cosa dice il Mister
«Continua a ripetere sempre la stessa parola.»
«Cosa significa?»

Fu in quel momento che Antônio capì cosa fare. È un’idea folle ma potrebbe funzionare, pensò. Devo solo aspettare il momento giusto.

«Hai visto che sono anziani? Te l’avevo detto!»
«Non stanno più giocando, ci aspettano a centrocampo per picchiarci.»
«Non corrono più come prima.»
«Sono stanchi.»
«Sì, perché sono anziani.»

In effetti a dispetto della partenza confusa si era arrivati fino al venticinquesimo minuto senza ulteriori grossi spauracchi: Jaci sembrava avere deciso di ignorare le disposizioni impartitegli e cominciare a giocare più avanzato e più passava il tempo più prendeva coraggio, riusciva ormai ad arrivare al cross con regolarità e a essere comunque presente in copertura.

Il primo a seguire il suo esempio fu Cauê che, stufo di restare là davanti isolato, iniziò a tornare a recuperare palloni. E due giocatori di Antônio sulla fascia sinistra erano più che sufficienti per impostare una “freccia avvelenata”.

Al ventinovesimo l’ennesima ripartenza di Jaci indusse l’allenatore croato, preoccupato dalla sua evidente freschezza fisica, a spostare il baricentro della squadra verso di lui. Questo diede a Cauê più spazio di quello che gli fosse necessario: un passaggio preciso, uno scatto improvviso e la freccia scoccò dritta e imprendibile verso l’angolino in basso a sinistra dell’altissimo ma lento portiere croato.

La festa scoppiò. Il pubblico brasiliano che dopo il goal subìto sembrava sotto shock riprese tutto d’un colpo fiato e un urlo liberatorio scosse le fondamenta stesse dello stadio. La panchina scattò in piedi e i ragazzi iniziarono a festeggiare a modo loro mentre Antônio, concentratissimo, non si fece sfuggire l’occasione. Prese da parte Ubiratan e Piraí e nel giro di un minuto, fingendo di tradurre le indicazioni di Gonçalves, impartì loro tutte le disposizioni che poteva. Quando il gioco riprese i ragazzi non seguivano più il 4-4-2 anche se Gonçalves non sembrò accorgersene.

«Così va meglio.»
«Sì.»
«Si può fare il giaguaro silenzioso.»
«E un’altra freccia avvelenata.»
«E laggiù c’è spazio anche per un arco troppo teso.»
«Bravo Ubiratan! Se n’è accorto anche lui!»
«Sì!»

Al quarantesimo il mediano croato Modolic prese palla a centro campo e con uno scatto a sorpresa arrivò fino alla tre quarti dove venne contrastato da Jaguarìuna, finendo a terra.

«Si è buttato.»
«Non è fallo.»
«L’arbitro ha fischiato?»
«Ma non era fallo!»
«Sono anziani, cadono più facilmente.»
«Ma non è caduto, si è buttato!»

I giocatori brasiliani si guardavano tra loro increduli senza sapere bene cosa fare. A complicare le cose Moacir stava urlando di non mettere la barriera e di lasciare libera la vista della palla. Gli stessi giocatori croati non credevano ai loro occhi.

«Cosa sta dicendo l’idiota in porta?» chiese Gonçalves sapendo già la risposta.

Antônio lo ignorò ostentatamente ma già dalla panchina i suoi ragazzi stavano urlando inutilmente: «Barriera! Barriera! Moacir! Metti una barriera! Guarda che questi tirano forte quasi quanto noi!»

Il calcio di punizione senza nessuno davanti partì veloce e preciso verso il sette. Moacir con tutti i suoi riflessi quasi sovrumani riuscì a distendersi e a sfiorare la sfera quel tanto che bastò per farla terminare clamorosamente sulla traversa. Era stata questione di un centimetro.

Gonçalves ormai sembrava l’ombra di sé stesso. Sedeva in panchina girato su un fianco parlottando da solo e rivolgendo solo rari sguardi al terreno di gioco.

Durante l’intervallo Antônio perfezionò la sua idea. Anziché tradurre diligentemente le parole di fuoco di Gonçalves si inventò un ripensamento del Mister e diede ai ragazzi indicazioni su come disporsi in campo in maniera molto più simile a quella a cui erano abituati, approfittando anche della sostituzione di Tainì, ancora dolorante per la botta presa all’inizio della gara, con Brejauva.

Il secondo tempo iniziò con un’incursione di Piraí sulla destra: saltati due uomini si infilò in area dove Lovruka riuscì a soffiargli la palla con un intervento disperato in scivolata un centesimo di secondo prima del tiro. Intervento regolarissimo, anche se Piraí trascinato dallo slancio rovinò spettacolarmente a terra. L’arbitro però non ebbe dubbi: fischiò rigore in favore del Brasile.

I ragazzi di Antônio avevano giocato tutto il primo tempo con un atteggiamento molto dimesso sia nei confronti degli avversari sia nei confronti delle decisioni arbitrali che talvolta avevano subito senza capirne il significato. Ma nel secondo tempo qualcosa era cambiato. Si precipitarono in massa dall’arbitro protestando vigorosamente, e nonostante l’incomunicabilità fu presto chiaro agli spettatori presenti e a quelli collegati in mondovisione la natura delle proteste: sostenevano che non fosse rigore, che l’arbitro si era sbagliato perché Piraí era caduto da solo, gridavano: «No rigore! No, no!»

Cauê gridò anche: «Ingiusto! Ingiusto!»

Il pubblico in festa non capiva cosa stesse accadendo né lo capiva Gonçalves schizzato in piedi al fischio dell’arbitro.

Arbitro che, colto completamente alla sprovvista da una situazione probabilmente mai accaduta prima in un campo da calcio, reagì d’istinto ammonendo Piata ed espellendo Icicaribá, le cui proteste erano particolarmente accese, prima di consultarsi con il guardalinee e con il quarto uomo: il rigore andava battuto in ogni caso.

Fu Cauê a incaricarsi del tiro, mentre uno stadio e un intero pianeta si interrogavano sulle sue intenzioni. Gonçalves in piedi ormai urlava soltanto vocali senza alcuna ulteriore articolazione mentre Cauê con occhi fiammeggianti non prese nemmeno la rincorsa e appoggiò lentamente la palla al portiere che la parò fermandola con un piede e spedendola subito in fallo laterale.

Il pubblico trattenne il fiato a lungo, Cauê non si mosse: i croati, i brasiliani, nessuno osava fiatare, lo stesso Gonçalves rimase impietrito. Finché da un settore degli spalti nell’anello più alto un ragazzino non iniziò a battere le mani rompendo l’incanto e provocando una reazione a catena che provocò l’applauso più lungo che si ricordasse nello stadio di San Paolo. Lo stesso Gonçalves si sorprese a battere le mani e un minuto dopo le agenzie di stampa di tutto il mondo avrebbero reso questo evento il più popolare in assoluto di tutta la storia del calcio.

La vittoria alla fine conquistata per 3 a 1 dai ragazzi di Antônio, la felicità di Yamandé che giocò gli ultimi dieci minuti e colpì anche un doppio palo con un solo tiro (Gonçalves avrebbe giurato che l’avesse fatto apposta) e i festeggiamenti seguenti passarono quasi in secondo piano.

Simbolo della partita e forse dell’intero mondiale erano già diventati gli occhi fiammeggianti di Cauê.

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The Hang

Ora tu ti alzi e fai nove lunghi passi da un metro, poi ti giri, guardi da dove sei partito, pensi “pazzesco” e poi torni qui a leggere.

Fatto? No, certo che non l’hai fatto, perché mai dovresti fare qualcosa solo perché te l’ha detto una pagina internet.  “E poi lo so già, quanti sono nove metri,” starai forse pensando. Beh, lo sai e non lo sai, cioè non hai davvero presente quanto siano pazzescamente lunghi nove metri finché non li guardi in faccia. Perciò ti suggerivo di fare questa cosa, così da apprezzare meglio quello che stai per leggere, poi fai come ti pare.

Se ne sai di sport, leggendo “nove metri” avrai subito pensato al salto in lungo. E se oltre a saperne di sport sei un precisino, stai anche pensando “in realtà non sono proprio nove metri” e hai ragione: sarebbero otto e novanta, se volessi raccontarti la storia di Bob Beamon, oppure otto e novantacinque se volessi raccontarti quella di Carl Lewis e Mike Powell, oppure otto e trentasette per quella di Giovanni Evangelisti (sì: uno magari non lo direbbe, ma la storia del Salto in lungo è piena di episodi fenomenali).
Ma non voglio raccontarti nessuna di queste storie. Quella che stai per leggere è lunga otto e ottantasei ed è la storia di Robert Emmiyan.
“Chi?” starai forse pensando. Ed è appunto per questo che voglio raccontartela.

Se hai mai visto anche mezza volta una gara di salto in lungo, hai presente come funziona. Dopo una velocissima rincorsa e dopo lo stacco, i saltatori continuano a roteare le gambe, come se stessero correndo in aria, tipo Wile Coyote quando non si accorge che è finita la roccia. Efficace, per carità, chi lo mette in dubbio. Però stai facendo una cosa fichissima come saltare quasi nove metri e la fai sembrando Wile Coyote? Io dico che è un po’ un peccato.

Una cosa che invece forse non sai, se non sei un appassionato, è che come nel salto in alto anche nel salto in lungo ci sono state due scuole di pensiero diverse. Quella dominante è la scuola della corsa in aria. Ma in passato ce n’è stata un’altra, i cui migliori interpreti ottenevano risultati all’altezza dei “corridori” con in più un bonus non da poco: la fichezza incredibile del gesto.

I primi due punti erano gli stessi: rincorsa veloce e stacco. E lì si verificava il miracolo: sembrava che in quel momento esatto improvvisamente mancasse la gravità. Il saltatore rimaneva fluttuante, sospeso in aria per un lunghissimo istante. Poi la gravità tornava a fare il suo lavoro ma nel frattempo il saltatore si era già teletrasportato a sette, otto, a volte quasi nove metri di distanza. Gli americani, che sono bravi a dare nomi fighi alle cose fighe, chiamavano questo movimento “The hang”. Ma il più bravo di tutti a farlo era un sovietico, Robert Emmiyan.

Robert Emmiyan nasce in quella che oggi si chiama Gyumri, in Armenia, nel 1965. All’epoca l’Armenia faceva parte dell’Urss, tant’è che la sua città natale, fondata come Kumayri e poi rinominata Alexandropol in epoca zarista, al momento della sua nascita si chiamava Leninakan. Ma più importante dei cambi di nome della città è il suo anno di nascita. Carl Lewis è del ’61 e per uno che ha scelto di competere nel salto in lungo, beh ecco… (se non lo sapete: Lewis è il più grande saltatore in lungo di tutti i tempi).

L’inizio della carriera di Emmiyan rispecchia quello di Lewis. Il campione americano era balzato alla ribalta nel 1981, un anno dopo le Olimpiadi di Mosca; il campione sovietico fa la sua entrata tra i big del salto in lungo nel 1985, un anno dopo le Olimpiadi di Los Angeles. Nel 1986, dopo cinque anni consecutivi in cui era stato Lewis a dominare la specialità, il salto più lungo dell’anno è l’8.61 di Emmiyan. Basterebbe già questo, unito alla vittoria ai campionati europei, a farne un grande della specialità. Un grande, con uno stile fenomenale.

Ma l’anno in cui Emmiyan entra nella storia dello sport è quello successivo. È il 1987. Il record di Bob Beamon, il più assurdo dei record assurdi, l’8.90 saltato a Città del Messico nel 1968, è ancora lì che resiste da 19 anni. Da allora nessuno si è mai nemmeno più avvicinato, nemmeno Beamon stesso, nemmeno Carl Lewis.

Siamo nel Complesso Per Gli Sport Olimpici di Tsaghkadzor, località sciistica armena. È il 22 maggio, e sono in corso i campionati pan-sovietici di atletica leggera. Robert Emmiyan si appresta a fare il suo primo salto; il filmato che ne segue, oltre a documentare uno dei salti più pazzeschi della storia, ci permette di stabilire una volta per tutte che Rocky IV (uscito due anni prima) è una cagata micidiale. Non per Ti spiezzo in due o perché i russi da metà combattimento in poi si mettono a urlare Rocky! Rocky! o per il discorso finale con cui convince Gorbacev a realizzare la perestrojka. È una cagata per la scena degli allenamenti, con Rocky che arranca nella neve trainando la slitta con Paulie seduto sopra, mentre Ivan Drago si allena in palestre spaziali passando da uno strumento all’avanguardia all’altro. Basta dare un’occhiata al filmato di Emmiyan a Tsaghkadzor per vedere che quello di Rocky IV è uno dei più spudorati ribaltamenti della realtà che Hollywood abbia mai portato sullo schermo.

Tutto è sgarruppatissimo in questo filmato. Il campo è attorniato da un paio di casolari e qualche automobile Žiguli; al posto degli spalti c’è una brulla collinetta. La rincorsa avviene su quello che sembra un sentiero di campagna più che una pista di atletica, coi bordi tracciati con gesso e mano incerta. Tutto avviene nell’indifferenza generale.

Eppure quando Emmiyan si stacca dalla pedana l’effetto di annullamento della gravità sembra più potente del solito. L’istante in cui fluttua sembra durare di più. Si capisce già a metà volo che quello è un salto incredibile. Se fosse un film potremmo quasi farlo terminare qui, premendo pausa mentre il saltatore armeno è appeso al cielo.

Però no, non è un film, non premiamo pausa. E poi siamo curiosi, vogliamo vedere fino a dove arriverà. Arriva quasi alla fine della vasca con la sabbia, rischiando pure di farsi male. Il responso: 8.86. Il record di Beamon ha resistito per quattro centimetri e anche da questo si capisce che non è un film. Ma improvvisamente 8.90 non è più una misura fantascientifica. Ora sono in due ad essere arrivati fin là, il che vuol dire che presto ne arriveranno altri e magari andranno anche oltre. Peccato però che non sia stato Robert Emmiyan a farlo. Se fosse stato lui forse The Hang sarebbe diventata LA mossa che tutte le future generazioni di saltatori avrebbero studiato e le gare di salto in lungo oggi sarebbero molto più fighe.



Questo poteva essere un buon punto per concludere il pezzo. Ma sarebbe stato un po’ come premere pausa a metà volo. Se sei uno di quelli che vuol sapere come continuano le storie posso raccontarti ancora qualcosa.

Posso dirti che più tardi, in quello stesso anno, ci sono i campionati del mondo di Roma ed Emmiyan arriva secondo, dietro Lewis, nella famosa gara del fattaccio di Evangelisti.

L’anno dopo è il 1988, ci sono le Olimpiadi di Seul. Emmiyan è tra i favoriti, ma si infortuna durante i salti di qualifica e non riuscirà a partecipare alla finale. Le medaglie andranno a tre americani: il solito Lewis (8,72), un giovane Mike Powell (8,49) e Larry Myricks (8,27). Il rimpianto è forte, le misure necessarie per argento e oro erano alla portata di Emmiyan e quella per il bronzo probabilmente l’avrebbe superata a occhi chiusi. Ma questo stesso infortunio qualche mese dopo gli salverà la vita.

È il 7 dicembre del 1988. Emmiyan da qualche giorno si trova a Mosca, dove è stato operato come conseguenza dell’infortunio di Seul. Alle 10 e 40 del mattino un terremoto devastante colpisce l’Armenia. L’epicentro è vicino a Spitak. A circa 35 km, Leninakan, la città di Emmiyan, è rasa al suolo. È uno dei più terribili terremoti degli ultimi decenni: si stima un numero di vittime compreso tra 25.000 e 50.000. Tra queste anche il padre di Emmiyan e numerosi parenti e amici. Appena è in condizione Robert torna a casa per aiutare la ricostruzione, mettendo da parte la carriera sportiva.

Qualche tempo dopo prova a riprendere, anche con l’aiuto di Lewis che lo ospita per qualche tempo nella propria abitazione di Santa Monica. Ma nel frattempo intorno a Emmiyan si dipana un nuovo crollo; questa volta è solo metaforico, ma non per questo meno devastante: a crollare è l’Urss. Nel 1990 l’Armenia dichiara l’indipendenza e Robert Emmiyan passa dall’essere un atleta della possente Unione Sovietica, con tutto il suo apparato di sostegno allo sport, sgarruppato ma efficace, all’essere un atleta dell’orgogliosa ma piccola Armenia, con i suoi scarsi mezzi. Emmiyan continua la sua carriera, ma senza mai più tornare a volare come a metà anni ’80. Chiuderà ad Atlanta, nel 1996, senza riuscire ad arrivare alla finale, assistendo da bordo campo al quarto e ultimo trionfo di Lewis.

Ma per me resterà il più bel saltatore della storia e quindi ora sai che faccio? Faccio nove lunghi passi da un metro, mi guardo indietro, penso “pazzesco” e poi mi riguardo un’altra volta i filmati coi suoi salti. E chissà, forse ora ti è venuta un po’ voglia di farlo anche a te.

 


(se questo pezzo ti è piaciuto, potrebbe piacerti anche il romanzo La mossa del tapiro. Non c’entra quasi niente, ma l’abbiamo scritto noi e anche lì si parla di atleti fichissimi)

Mass Start di Pattinaggio Velocità – Le regole

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Sabato 24 febbraio 2018 a Pyeongchang farà il suo debutto olimpico la gara di Mass Start di pattinaggio velocità. Da una fonte non tanto fidata ma dotata di grande fantasia abbiamo ottenuto le intercettazioni della riunione del comitato che ha deciso le regole di gara, eccole in esclusiva mondiale.

“Bisogna ammettere che il nostro sport è un po’ palloso. Ventidue persone che ondeggiano due alla volta intorno a una pista e alla fine vince l’Olanda”

“Hai ragione. Ma come possiamo renderlo più interessante? Ah, se solo ci fossero altri sport da cui trarre ispirazione…”

“Football americano! Il football americano è molto spettacolare.”

“Ehm…”

“Ma quali regole potremmo copiare dal football americano? Non è facile.”

“Forse è meglio ispirarsi a uno sport leggermente più simile al nostro.”

“Giusto. Che ne dici del salto con gli sci? O del dressage?”

“… non mi sembrano molto simili.”

“No, però sono pallosissimi pure quelli, un punto in contatto c’è.”

[dopo innumerevoli proposte sballate]

“E il ciclismo?”

“Minchia no, dai, belli i panorami ma sei ore di gente che pattina non ce la posso fare nemmeno io.”

“No, io dicevo il ciclismo su pista. Anche loro girano in tondo senza uno scopo apparente ma-”

“Alla fine vince l’Olanda?”

“No, vince la Gran Bretagna, ma a parte questo dicevo che gli spettatori sembrano divertirsi.”

[rumore di fruscio di fogli, scartabellano tra le regole del ciclismo su pista]

“Ehi! Ma l’omnium è una figata incredibile! Facciamolo anche noi.”

“No, troppo divertente.”

“La gara a eliminazione?”

“Anche questa è un po’ troppo elettrizzante, se a uno dei nostri spettatori viene un infarto te la prendi tu la responsabilità?”

“Allora la corsa a punti. Dai, la corsa a punti è perfetta.”

“Come funziona?”

“Fanno un sacco di giri. Ogni tanto c’è uno sprint, i primi tre fanno un tot di punti, alla fine chi ha più punti ha vinto.”

“Bello. Facciamolo.”

“Però non possiamo copiare il regolamento pari pari, non è una cosa da spirito olimpico. Se qualcuno se ne accorge ci facciamo una figuraccia, dobbiamo introdurre qualche modifica.”

“Hai ragione. Facciamo così: 16 giri.”

“Sì. Bel numero.”

“Al giro 4, 8 e 12 c’è lo sprint intermedio.”

“Ottimo.”

“Chi vince uno sprint intermedio fa 5 punti, chi arriva secondo 3 e chi arriva terzo 1.”

“Ti seguo.”

“Al giro finale, chi vince fa 60 punti, chi arriva secondo 40 e chi arriva terzo 20.”

[fanno i calcoli]

“Ma in questo modo se uno vince tutti e tre gli sprint intermedi fa 15 punti, e al giro finale basta arrivare terzi per superarlo.”

“Sì.”

“E quindi gli sprint intermedi a cosa servono?”

“A niente!”

“Genio! Non ci scopriranno mai.”


 

(se questo pezzo ti è piaciuto, potrebbe piacerti anche il romanzo La mossa del tapiro. Non c’entra quasi niente, se non che l’abbiamo scritto noi e anche lì si parla di uno sport dalle regole insolite.)

Il giorno in cui iniziarono gli anni ’80

L’altro giorno ho visto una delle vignette che xkcd ciclicamente dedica agli eventi che segnano l’inesorabile passaggio del tempo. E mi è venuto da pensare che se ci sono già giovani adulti che non hanno un ricordo diretto dell’undici settembre, a maggior ragione la storia del trionfo italiano ai mondiali di Spagna è una storia che, finalmente, può aver senso raccontare.

La storia del nostro trionfo ai mondiali del 1982 comincia nel 1977. A giugno di quell’anno il Lanerossi Vicenza, guidato dal capocannoniere Paolo Rossi, vinse il campionato di Serie B. Nel successivo campionato di Serie A il neo promosso L.R. Vicenza arrivò secondo e Paolo Rossi vinse di nuovo il titolo di capocannoniere, cosa che gli valse la convocazione ai mondiali di Argentina 1978.

 

Nota 1: il secondo posto del Vicenza è tuttora il miglior risultato di sempre di una squadra italiana neopromossa, nemmeno la Juve al ritorno in A seppe fare di meglio. Va anche detto, però, che il Vicenza non era una squadretta così piccola come oggi si potrebbe immaginare: fino a due anni prima era stata in serie A per vent’anni consecutivi, ottenendo discreti risultati.

Nota 2: una cosa che all’epoca mi dava un fastidio tremendo era che, quando le squadre venivano elencate in ordine alfabetico, il Vicenza veniva indicato prima della Lazio, in quanto “Lanerossi Vicenza”. Fastidio acuito dal fatto che il Verona, nonostante la denominazione ufficiale di Hellas Verona, veniva invece elencato in fondo. 

Ai mondiali di Argentina, tristemente passati alla storia come il mondiale del regime, il nostro centravanti titolare in pectore era Graziani, ma a sorpresa Bearzot schierò Rossi sin dalla prima partita, venendone subito ripagato con un goal dopo una carambola assurda (2 a 1 per noi, dopo un inizio tremendo con goal della Francia dopo 40 secondi). Seguì un altro goal nella tranquilla vittoria contro l’Ungheria e l’assist a Bettega per il goal dell’1 a 0 contro l’Argentina futura campione. Ancora un goal contro l’Austria nel girone successivo, poi più niente, ma tanto bastava per la consacrazione di Rossi come giocatore di livello internazionale.

(altri tempi: Martellini a inizio partita spiega la faccenda dei numeri delle maglie ai mondiali)

Tornati in Italia, Rossi giocò ancora un discreto campionato nel Vicenza, che però non bastò a evitarne la retrocessione. Rossi era ormai un giocatore da squadre con grandi ambizioni: per quanto strano possa suonare oggi, questo significò il suo passaggio al Perugia, che aveva appena terminato il campionato al secondo posto, imbattuto per tutte e trenta le partite.

Erano a140px-paolo_rossi_-_ac_perugia_1979-80nni in cui la figura del calciatore iniziava la sua transizione da semplice personaggio popolare a star. Pochi anni prima aveva fatto scalpore il passaggio di Beppe Savoldi dal Bologna al Napoli per due miliardi di lire. L’operazione di trasferimento di Rossi al Perugia si accompagnò all’apparizione per la prima volta di uno sponsor sulle maglie di una squadra di calcio. E tanto per dare la misura della follia: in una candid camera andata in onda in quel periodo, un tizio andava fuori dagli stadi a vendere dei sacchetti contenenti i peli delle gambe di Paolo Rossi e trovava acquirenti (è un ricordo di cui non trovo riscontri su Google, ma di cui sono abbastanza sicuro. Il programma potrebbe essere Tutti insieme compatibilmente o forse L’altra domenica).

Nel Perugia però, il patatrac. La squadra fece un campionato di media classifica, Rossi arrivò terzo nella classifica dei marcatori dietro Bettega e Altobelli, ma soprattutto a fine anno scoppiò il primo grande scandalo scommesse del calcio moderno. Rossi risultò tra i coinvolti per una partita finita 2 a 2 con l’Avellino e anche se negò sempre ogni addebito fu squalificato: inizialmente per tre anni, poi ridotti a due.

La squalifica gli fece saltare gli Europei di Italia ’80 (europei che chiudemmo al quarto posto anche per via di una formula assai poco sensata) e sarebbe terminata poco prima dei mondiali del 1982: in particolare, Rossi ebbe il tempo di giocare solo le ultime tre partite di campionato. Non furono tre banali partite di fine campionato: nel frattempo Rossi era diventato un giocatore della Juve e al suo rientro in campo la Juve era appaiata in testa alla classifica con la Fiorentina. La prima partita fu Udinese – Juventus; Rossi contribuì alla vittoria per 5 a 1 segnando un goal. Nelle due partite successive non segnò, ma la Juve riuscì comunque a vincere lo scudetto. Le sue prestazioni furono sufficienti affinché Bearzot decidesse di convocarlo per i mondiali di Spagna, ma non furono abbastanza per placare le critiche di stampa e pubblico.

La spedizione azzurra iniziò dunque tra critiche e dubbi, alimentati anche dall’assenza di Bettega, che era stato tra i trascinatori della squadra nelle qualificazioni ma si era infortunato a novembre dell’anno precedente.

Le prime partite non fecero nulla per fugare dubbi e critiche, anzi finirono per alimentarli. Un incolore pareggio per 0 a 0 con la Polonia, poi un pareggio 1 a 1 con il Perù e infine un altro 1 a 1 addirittura con il Camerun (nazione esordiente che all’epoca non godeva di alcun credito) bastarono a malapena per qualificarci al secondo posto del girone. Le due reti furono segnate da Conti e Graziani, mentre Rossi, che era sceso in campo in tutte e tre le partite, era risultato quasi nullo.

All’epoca dopo il primo girone eliminatorio non iniziava la fase ad eliminazione diretta, ma si disputavano quattro mini gironi da tre squadre ciascuno. Il nostro secondo posto nel girone eliminatorio ci fece finire in un girone con l’Argentina, campione del mondo in carica e nelle cui file per la prima volta apparve Maradona, e il Brasile, squadra stracolma di campioni (Zico, Socrates, Falcao, Eder, Junior, Cerezo) che aveva vinto in scioltezza il proprio girone.

Le premesse per una rapida eliminazione dell’Italia c’erano tutte, insomma. E gli azzurri si presentarono al primo appuntamento con l’Argentina in un clima di crescente scetticismo da parte della stampa, a cui la squadra aveva risposto organizzando il primo silenzio stampa della storia del calcio italiano, con il solo Zoff delegato dal resto della squadra a presentarsi a parlare con i giornalisti.

La partita con l’Argentina andò invece sorprendentemente bene. L’Italia giocò bene e vinse segnando due splendidi goal con Tardelli e Cabrini (e subendone uno da polli sul finire della partita). Il temutissimo Maradona venne annullato da Gentile, e la partita è anche un esemplare da manuale della differenza tra il calcio di allora e quello di oggi per quel che riguarda ciò che era permesso fare ai difensori. Il trattamento riservato da Gentile a Maradona, perfettamente lecito allora, oggi porterebbe un difensore all’espulsione già nel primo tempo.

E Rossi? Ancora una volta non pervenuto o quasi, anzi, in occasione del secondo goal era stato proprio lui a divorarsi un’occasione clamorosa, un errore a cui per fortuna avevano rimediato i suoi compagni.

E si arriva così alla partita con il Brasile. Per passare il turno serviva una vittoria, dato che anche il Brasile aveva battuto l’Argentina ma con un goal di scarto in più. Ciò nonostante, la vittoria e soprattutto la bella prestazione contro l’Argentina ci portarono alla sfida decisiva con un pizzico di speranza. Forse dopotutto non eravamo così scarsi. Certo, restava sempre il problema del fantasma di Paolo Rossi al centro dell’attacco.

Affrontiamo il Brasile con la formazione invariata. E non solo in campo, ma anche nei bar, perlomeno nel mio. Il signore col panama che nessuno conosceva e che con l’Argentina si era piazzato al centro del Bar Acli in mezzo a noi ragazzetti vocianti, con il Brasile tardava a presentarsi. Stava iniziando la partita e ancora non ce n’era traccia. Verrà? Non può non venire. Eravamo più in tensione per lui che per Rossi. Il bar era pieno e questa sedia vuota al centro della prima fila era sempre più difficile da difendere, finché finalmente arrivò, lo facemmo sedere e la partita poté cominciare.

Passano cinque minuti, Conti porta palla, taglia per Cabrini, cross e chi ti sbuca metaforicamente dal nulla? Paolo Rossi. 1 a 0 per noi. È rinato. Proprio oggi. Forse ce la possiamo fare? Il Brasile si riorganizza subito e sette minuti dopo Zico si inventa uno splendido passaggio filtrante per Socrates che trapassa la nostra difesa a velocità tripla e infila la palla sul primo palo. 1 a 1. Ah, ecco, te pareva. Non ce la possiamo fare.

E invece sì. Invece gli azzurri non si buttano giù. Al 25′ la difesa brasiliana pasticcia, Rossi spunta di nuovo dal nulla, prende la palla, si invola, trafigge Waldir Peres (insieme a Serginho uno dei due punti deboli dello squadrone brasiliano). 2 a 1 per noi. È lì che cambia la partita: il primo goal poteva ancora passare come un incidente. Ma tornare in vantaggio così è il segno che ce la possiamo fare per davvero. E infatti teniamo. Il Brasile si butta in avanti ma non passa e chiudiamo il primo tempo in vantaggio. Nell’intervallo il consenso è che stiamo giocando bene e ce la possiamo fare.

Riprende la partita. L’assalto del Brasile è sempre più violento, finché a metà del secondo tempo Falcao prende palla e pareggia con un tiro dal limite (che scopro solo oggi essere stato deviato da Bergomi, perlomeno a detta di Zoff; minuto 5:31 nel filmato qui sotto). 2 a 2. Mancano venti minuti. Col pareggio passano loro. Ma noi oggi siamo fortissimi. Siamo sicuri di esserlo. Noi abbiamo Paolo Rossi. Che infatti cinque minuti dopo sbuca da una mischia in area e fa il suo terzo goal della partita. 3 a 2. Grande esultanza in campo e nel bar. Il panama del signore vola via e prima di tornare al suo legittimo proprietario fa un giro sulle teste di ciascuno di noi.

Ma la partita non è ancora finita. C’è ancora tempo per il goal di Antognoni. Annullato. Per un fuorigioco. Che non c’era. Ma è giusto così: in quella partita doveva segnare solo Paolo Rossi. Se fosse finita 4 a 2 non sarebbe stato altrettanto bello. E non ci sarebbero state le condizioni per la parata miracolosa di Zoff all’ultimo secondo della partita. Zoff che era forte perché sapeva piazzarsi bene ma Zoff che non si tuffava mai. Zoff che si tuffò su un colpo di testa a botta sicura da pochi metri e fece LA parata.

E, soprattutto, se il goal di Antognoni non fosse stato annullato, avrebbe spezzato il ritmo di Rossi e il ritmo di Rossi non poteva più essere spezzato.

La semifinale contro la Polonia consistette nell’attraversare il campo con sicurezza diretti verso la finale e mentre lo si attraversava segnare due goal, prima con Rossi e poi, indovina un po’, di nuovo con Rossi. Una formalità, tanto che il bagno nel fiume, così spontaneo dopo la vittoria col Brasile, sembrò quasi una forzatura, cosa esulti per una cosa che era ovvio che sarebbe andata così.

L’epica delle semifinali si era tutta riversata nell’altra partita, Francia – Germania, 1 a 1 dopo i regolamentari, l’uscita micidiale di Schumacher su Battiston, poi la Francia che va in vantaggio 3 a 1 ai supplementari e la Germania che riesce comunque a pareggiare e andare ai rigori, la prima partita della storia dei mondiali che finisce ai rigori, Stielike disperato in lacrime, e poi la vittoria della Germania, magistralmente rivisitata anni dopo da un gruppo di ragazzi francesi.

Mitico, certo. Ma di tutto questo a noi non ce ne fregava niente. Noi eravamo focalizzati al laser sui preparativi per la nostra finale. La sala del Bar Acli non sarebbe bastata a contenere tutti i potenziali spettatori, così Vittorio del bar decise di mettere il televisore fuori, nello spiazzo che dava sul campo da bocce. Era il 1982. Le tv a colori erano arrivate relativamente da poco (in casa mia giusto in tempo per i mondiali del 1978), gli schermi giganti erano ancora fantasia. Così ci ritrovammo in duecento e passa a guardare un televisore che sarà stato un 25 pollici a dir tanto. Ma tanto noi eravamo in prima fila, e il signore col panama c’è, è lì in mezzo a noi. Antognoni invece non c’è, si è fatto male con la Polonia. Al suo posto, per lo stupore di tutti, Bergomi. E dopo pochissimi minuti non c’è più nemmeno Graziani. Entra Altobelli. A metà del primo tempo ci danno un rigore. Lo tira Cabrini quando ancora il fumogeno che qualcuno ha tirato sul dischetto non s’è spento del tutto. E lo sbaglia. Un rigore tirato malissimo. Ma non c’è problema, è ovvio che non potesse segnare. Perché lo sapevamo tutti chi è che doveva segnare. E al 12′ del secondo tempo segna. Paolo Rossi. Sesto goal consecutivo. Tre al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania. tardelli_1982-kjsh-672x351ilsole24ore-webVa bene così, ora c’è di nuovo spazio per gli altri. È un mondiale ordinato. E per fare le cose ordinate segniamo ogni 12 minuti. Al 24′ Tardelli segna e diventa un poster. Al 36′ ci pensa Altobelli a chiudere i discorsi. Poi forse segna pure un tedesco, chi lo sa, chi se ne frega. Nando Martellini scandisce Campioni del mondo Campioni del mondo Campioni del mondo, Pertini agita la pipa, gli anni ’80 possono cominciare.

 


 

Se ti piacciono le favole calcistiche, potrebbe piacerti La mossa del tapiro. Se hai kindle unlimited è gratis.

 

La misura dell’impresa del Leicester

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Poiché noi una favola calcistica l’abbiamo scritta per davvero (e usando molta meno enfasi retorica degli articoli che si leggono in questi giorni), possiamo permetterci di esaminare l’impresa del Leicester con lo strumento meno retorico che ci sia: i numeri.

In particolare, esaminiamo la varietà dei principali campionati calcistici europei: quanto sono dominati sempre dalle stesse squadre? Quanto è raro che vinca un outsider totale? Vediamo cosa è successo negli ultimi vent’anni, escludendo l’annata ancora in corso.

Inghilterra – vittorie negli ultimi vent’anni

Manchester United         11

Chelsea                               4

Arsenal                               3

Manchester City              2

Quindi: quattro squadre hanno vinto lo scudetto. 18 degli ultimi 20 scudetti sono stati vinti dalle stesse tre squadre, 15 di questi da due squadre sole. Numero massimo di vittorie consecutive del Manchester United: 3. Numero massimo di anni passati dal Manchester United senza vincere: tre.

Allargando lo sguardo alla storia complessiva del campionato inglese: sono 23 le squadre che hanno vinto il campionato. L’ultima volta che una squadra ha vinto il suo primo scudetto è stato nel 1977-78 (Nottingham Forest). La penultima volta nel 1971-72 (Derby County) (Entrambe squadre allenate da Brian Clough, sulla cui storia approfittiamo per segnalare l’ottimo libro Maledetto United). In totale le tre squadre più titolate (Manchester United, Liverpool e Arsenal) hanno vinto il 44% dei campionati disputati.

Spagna – vittorie negli ultimi vent’anni

Barcelona                          9

Real Madrid                       6

Atlético Madrid                2

Valencia                             2

Deportivo                          1

17 degli ultimi venti scudetti sono stati vinti dalle stesse tre squadre, 15 da due. Numero massimo di vittorie consecutive del Barcelona: Il massimo di anni senza una vittoria del Barcelona: 5.

In tutta la storia del campionato spagnolo, solo nove squadre hanno vinto. Il Real da solo ha vinto il 38% dei campionati. Se sommiamo quelli vinti dal Barcelona arriviamo al 65%. Con l’Atlético Madrid siamo al 77%: più di tre campionati su quattro vengono vinti da una di queste tre squadre. Ultima “prima volta”: 1999-2000, con il Deportivo. Penultima: 1980-81, Real Sociedad.

Germania – vittorie negli ultimi vent’anni

Bayern München             12

Borussia Dortmund         4

Wolfsburg                          1

Werder Brema                 1

Stuttgart                            1

Kaiserslautern                   1

Sedici scudetti su venti vinti da due sole squadre. Numero massimo di vittorie consecutive del Bayern: 3. Massimo di anni senza una vittoria del Bayern: 2.

In totale sono ben ventinove le squadre ad aver vinto il campionato tedesco. Per questo, nonostante il dominio del Bayern, le tre squadre più titolate (Bayern, Nürnberg e Borussia Dortmund) hanno vinto “solo” il 41% dei campionati. L’ultima “prima volta” è piuttosto recente: il Wolfsburg, nel 2008-09. Ma la penultima è lontanissima: 1969-70, il Borussia Mönchengladbach.

Italia – vittorie negli ultimi vent’anni

Juventus              8

Inter                     5

Milan                    4

Roma                   1

Lazio                    1

(nota: abbiamo considerato l’albo d’oro ufficiale della Lega Calcio)

17 scudetti su 19 vinti da tre squadre, 13 da due. Numero scudetti consecutivi della Juve: 4. Massimo di anni senza una vittoria della Juve: 8 (vedi la parentesi precedente).

In totale sono sedici le squadre ad aver vinto lo scudetto. Tra Juventus, Inter e Milan si arriva al 61% delle vittorie. L’ultima prima volta è stata quella della Sampdoria, nel 1990-91; poco prima c’era stata la prima volta del Napoli, nel 1986-87.


Riassumendo: tra i quattro campionati maggiori d’Europa, quello che da più tempo non vede(va?) una prima volta è proprio quello inglese, da quasi quarant’anni. Se domani o nelle prossime giornate il Leicester riuscirà a portare a casa il titolo, questo dà la misura dell’impresa.

La squadra che più ha dominato il suo campionato negli ultimi vent’anni è il Bayern, ma per converso quando non vince il Bayern è il campionato tedesco a essere quello più vario (e infatti la prima volta più recente è quella del Wolfsburg, nel 2008-09). La più vincente delle seconde è il Real Madrid, la più vincente tra le terze è il Milan. In Italia sono stati particolarmente vari i dieci anni dal 1982-83 al 1991-92: ben sette campioni diversi.

Se ci allontaniamo dai quattro campionati maggiori, le cose diventano più strane. Per esempio in Francia gli ultimi dieci campionati sono stati vinti da sei squadre. E negli ultimi vent’anni sono dieci le squadre arrivate al titolo. E nonostante la varietà dei vincitori è anche il campionato con la striscia vincente più lunga: l’Olympique Lyonnais è stato vincitore per sette anni di fila.

All’estremo opposto c’è uno dei campionati meno vari in assoluto: quello portoghese, dominato a tal punto da tre squadre (Porto, Benfica e Sporting Lisbona) che su 81 campionati solo due volte ha vinto una squadra diversa da queste tre: il Boavista nel 2000-01 e il Belenenses nel 1945-46.


Per gli amanti di numeri e statistiche: a questo link c’è la tabella completa utilizzata come base per questo pezzo.

merrderber della foresta

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In un affascinante thread su reddit ripreso su upvoted si racconta la storia di Sara Cave, nickname merrderber, nata e cresciuta nel villaggio di Rarongozo nella foresta tropicale dell’isola Rendova dell’arcipelago delle Solomon (no, Rarogonzo NON C’È SU GOOGLE MAPS!).

Sara ha 20 anni (forse, sull’isola non ci sono certificati di nascita) e si è trasferita in Australia per studiare quando era piccola (a cinque anni, o forse a sette). Una volta all’anno però ritorna al suo villaggio che conta una popolazione di… sette persone (quindici durante le vacanze).

Questa volta Sara ha portato una macchina fotografica e un caricatore a energia solare per documentare la vita nella foresta. E su reddit ha risposto anche a un bel po’ di domande.

Perché lasciare il villaggio?

La scuola più vicina è a due ore di cammino. Due ore alla mattina e due ore alla sera. In più il sistema scolastico non prevede errori: non essere promossi significa dover abbandonare la scuola e restare a vivere per sempre nel villaggio.

La routine quotidiana?

Sveglia alla mattina, bagno nel fiume, pulizie varie, colazione, ancora un po’ di pulizia, pranzo, andare a raccogliere provviste (o se no semplicemente giocare), tornare e cominciare a preparare la cena, mangiare e poi passare il resto del tempo parlando e divertendosi.

Crescere i bambini.

“Sono stata tenuta in braccio da così tante persone e ho avuto così tante babysitters. Ho anche preso il latte da tanti seni diversi perché mia madre era sempre occupata. Questo è come si viveva.”

L’impatto con l’Australia?

La più grande differenza è la mancanza di persone che si parlano. Al villaggio tutti conoscono tutti e tutti parlano ininterrottamente con tutti. In Australia mio padre non conosceva nemmeno i suoi vicini di casa! E non rivolgeva loro parola!

Guardare la TV per la prima volta?

Mi sa che è una sensazione simile a chi assume una droga per la prima volta. È stato straordinario e spaventoso. La mia mente era così confusa ma anche affascinata. Ah, i cartoni animati per bambini fanno paura.

Sara risponde anche a molte altre domande su (tra le altre) coccodrilli, cannibali, sacrifici, sesso, nostalgia e visitatori indesiderati.

Buona lettura!

Un nuovo libro

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Abbiamo deciso di scrivere un altro libro ambientato nel mondo del Tapiro. Il Tapiro venne concepito e creato essenzialmente su FriendFeed e una volta pubblicato (anche prima, a dire il vero) ci rendemmo conto che molte delle discussioni, anche accese, che avevamo avuto su molti dettagli della storia (mappe, usi e costumi, tempi, clima, locations, tecniche sportive, eccetera) sarebbero state interessanti di per sé e avremmo potuto farle pubblicamente guadagnandoci certamente in ricchezza.

Abbiamo deciso di aprire una stanza sul social network frenf.it, dando fiducia così a questa piattaforma, alla comunità che la frequenta e a Michele (il suo creatore), dove finiranno le nostre discussioni, che questa volta saranno pubbliche. Siete quindi invitati, se interessati a questo processo, a iscrivervi. Il nome in codice per il progetto è “Interprete”, il nostro team di soggettisti ha già messo in piedi un plot, presto cominceremo a scannarci su ogni dettaglio.

Magari non sveleremo tutto tutto nella stanzetta. Però certo se in futuro volete leggere il libro senza esservelo spoilerato prima è meglio non iscriversi. D’altro canto, vedere il dietro le quinte di come nasce un libro a sei mani può essere interessante, così come partecipare a qualche discussione folle su questo o quest’altro tema.

La stanza è questa: http://www.frenf.it/earlyadopters/Interprete