Il giorno in cui iniziarono gli anni ’80

L’altro giorno ho visto una delle vignette che xkcd ciclicamente dedica agli eventi che segnano l’inesorabile passaggio del tempo. E mi è venuto da pensare che se ci sono già giovani adulti che non hanno un ricordo diretto dell’undici settembre, a maggior ragione la storia del trionfo italiano ai mondiali di Spagna è una storia che, finalmente, può aver senso raccontare.

La storia del nostro trionfo ai mondiali del 1982 comincia nel 1977. A giugno di quell’anno il Lanerossi Vicenza, guidato dal capocannoniere Paolo Rossi, vinse il campionato di Serie B. Nel successivo campionato di Serie A il neo promosso L.R. Vicenza arrivò secondo e Paolo Rossi vinse di nuovo il titolo di capocannoniere, cosa che gli valse la convocazione ai mondiali di Argentina 1978.

 

Nota 1: il secondo posto del Vicenza è tuttora il miglior risultato di sempre di una squadra italiana neopromossa, nemmeno la Juve al ritorno in A seppe fare di meglio. Va anche detto, però, che il Vicenza non era una squadretta così piccola come oggi si potrebbe immaginare: fino a due anni prima era stata in serie A per vent’anni consecutivi, ottenendo discreti risultati.

Nota 2: una cosa che all’epoca mi dava un fastidio tremendo era che, quando le squadre venivano elencate in ordine alfabetico, il Vicenza veniva indicato prima della Lazio, in quanto “Lanerossi Vicenza”. Fastidio acuito dal fatto che il Verona, nonostante la denominazione ufficiale di Hellas Verona, veniva invece elencato in fondo. 

Ai mondiali di Argentina, tristemente passati alla storia come il mondiale del regime, il nostro centravanti titolare in pectore era Graziani, ma a sorpresa Bearzot schierò Rossi sin dalla prima partita, venendone subito ripagato con un goal dopo una carambola assurda (2 a 1 per noi, dopo un inizio tremendo con goal della Francia dopo 40 secondi). Seguì un altro goal nella tranquilla vittoria contro l’Ungheria e l’assist a Bettega per il goal dell’1 a 0 contro l’Argentina futura campione. Ancora un goal contro l’Austria nel girone successivo, poi più niente, ma tanto bastava per la consacrazione di Rossi come giocatore di livello internazionale.

(altri tempi: Martellini a inizio partita spiega la faccenda dei numeri delle maglie ai mondiali)

Tornati in Italia, Rossi giocò ancora un discreto campionato nel Vicenza, che però non bastò a evitarne la retrocessione. Rossi era ormai un giocatore da squadre con grandi ambizioni: per quanto strano possa suonare oggi, questo significò il suo passaggio al Perugia, che aveva appena terminato il campionato al secondo posto, imbattuto per tutte e trenta le partite.

Erano a140px-paolo_rossi_-_ac_perugia_1979-80nni in cui la figura del calciatore iniziava la sua transizione da semplice personaggio popolare a star. Pochi anni prima aveva fatto scalpore il passaggio di Beppe Savoldi dal Bologna al Napoli per due miliardi di lire. L’operazione di trasferimento di Rossi al Perugia si accompagnò all’apparizione per la prima volta di uno sponsor sulle maglie di una squadra di calcio. E tanto per dare la misura della follia: in una candid camera andata in onda in quel periodo, un tizio andava fuori dagli stadi a vendere dei sacchetti contenenti i peli delle gambe di Paolo Rossi e trovava acquirenti (è un ricordo di cui non trovo riscontri su Google, ma di cui sono abbastanza sicuro. Il programma potrebbe essere Tutti insieme compatibilmente o forse L’altra domenica).

Nel Perugia però, il patatrac. La squadra fece un campionato di media classifica, Rossi arrivò terzo nella classifica dei marcatori dietro Bettega e Altobelli, ma soprattutto a fine anno scoppiò il primo grande scandalo scommesse del calcio moderno. Rossi risultò tra i coinvolti per una partita finita 2 a 2 con l’Avellino e anche se negò sempre ogni addebito fu squalificato: inizialmente per tre anni, poi ridotti a due.

La squalifica gli fece saltare gli Europei di Italia ’80 (europei che chiudemmo al quarto posto anche per via di una formula assai poco sensata) e sarebbe terminata poco prima dei mondiali del 1982: in particolare, Rossi ebbe il tempo di giocare solo le ultime tre partite di campionato. Non furono tre banali partite di fine campionato: nel frattempo Rossi era diventato un giocatore della Juve e al suo rientro in campo la Juve era appaiata in testa alla classifica con la Fiorentina. La prima partita fu Udinese – Juventus; Rossi contribuì alla vittoria per 5 a 1 segnando un goal. Nelle due partite successive non segnò, ma la Juve riuscì comunque a vincere lo scudetto. Le sue prestazioni furono sufficienti affinché Bearzot decidesse di convocarlo per i mondiali di Spagna, ma non furono abbastanza per placare le critiche di stampa e pubblico.

La spedizione azzurra iniziò dunque tra critiche e dubbi, alimentati anche dall’assenza di Bettega, che era stato tra i trascinatori della squadra nelle qualificazioni ma si era infortunato a novembre dell’anno precedente.

Le prime partite non fecero nulla per fugare dubbi e critiche, anzi finirono per alimentarli. Un incolore pareggio per 0 a 0 con la Polonia, poi un pareggio 1 a 1 con il Perù e infine un altro 1 a 1 addirittura con il Camerun (nazione esordiente che all’epoca non godeva di alcun credito) bastarono a malapena per qualificarci al secondo posto del girone. Le due reti furono segnate da Conti e Graziani, mentre Rossi, che era sceso in campo in tutte e tre le partite, era risultato quasi nullo.

All’epoca dopo il primo girone eliminatorio non iniziava la fase ad eliminazione diretta, ma si disputavano quattro mini gironi da tre squadre ciascuno. Il nostro secondo posto nel girone eliminatorio ci fece finire in un girone con l’Argentina, campione del mondo in carica e nelle cui file per la prima volta apparve Maradona, e il Brasile, squadra stracolma di campioni (Zico, Socrates, Falcao, Eder, Junior, Cerezo) che aveva vinto in scioltezza il proprio girone.

Le premesse per una rapida eliminazione dell’Italia c’erano tutte, insomma. E gli azzurri si presentarono al primo appuntamento con l’Argentina in un clima di crescente scetticismo da parte della stampa, a cui la squadra aveva risposto organizzando il primo silenzio stampa della storia del calcio italiano, con il solo Zoff delegato dal resto della squadra a presentarsi a parlare con i giornalisti.

La partita con l’Argentina andò invece sorprendentemente bene. L’Italia giocò bene e vinse segnando due splendidi goal con Tardelli e Cabrini (e subendone uno da polli sul finire della partita). Il temutissimo Maradona venne annullato da Gentile, e la partita è anche un esemplare da manuale della differenza tra il calcio di allora e quello di oggi per quel che riguarda ciò che era permesso fare ai difensori. Il trattamento riservato da Gentile a Maradona, perfettamente lecito allora, oggi porterebbe un difensore all’espulsione già nel primo tempo.

E Rossi? Ancora una volta non pervenuto o quasi, anzi, in occasione del secondo goal era stato proprio lui a divorarsi un’occasione clamorosa, un errore a cui per fortuna avevano rimediato i suoi compagni.

E si arriva così alla partita con il Brasile. Per passare il turno serviva una vittoria, dato che anche il Brasile aveva battuto l’Argentina ma con un goal di scarto in più. Ciò nonostante, la vittoria e soprattutto la bella prestazione contro l’Argentina ci portarono alla sfida decisiva con un pizzico di speranza. Forse dopotutto non eravamo così scarsi. Certo, restava sempre il problema del fantasma di Paolo Rossi al centro dell’attacco.

Affrontiamo il Brasile con la formazione invariata. E non solo in campo, ma anche nei bar, perlomeno nel mio. Il signore col panama che nessuno conosceva e che con l’Argentina si era piazzato al centro del Bar Acli in mezzo a noi ragazzetti vocianti, con il Brasile tardava a presentarsi. Stava iniziando la partita e ancora non ce n’era traccia. Verrà? Non può non venire. Eravamo più in tensione per lui che per Rossi. Il bar era pieno e questa sedia vuota al centro della prima fila era sempre più difficile da difendere, finché finalmente arrivò, lo facemmo sedere e la partita poté cominciare.

Passano cinque minuti, Conti porta palla, taglia per Cabrini, cross e chi ti sbuca metaforicamente dal nulla? Paolo Rossi. 1 a 0 per noi. È rinato. Proprio oggi. Forse ce la possiamo fare? Il Brasile si riorganizza subito e sette minuti dopo Zico si inventa uno splendido passaggio filtrante per Socrates che trapassa la nostra difesa a velocità tripla e infila la palla sul primo palo. 1 a 1. Ah, ecco, te pareva. Non ce la possiamo fare.

E invece sì. Invece gli azzurri non si buttano giù. Al 25′ la difesa brasiliana pasticcia, Rossi spunta di nuovo dal nulla, prende la palla, si invola, trafigge Waldir Peres (insieme a Serginho uno dei due punti deboli dello squadrone brasiliano). 2 a 1 per noi. È lì che cambia la partita: il primo goal poteva ancora passare come un incidente. Ma tornare in vantaggio così è il segno che ce la possiamo fare per davvero. E infatti teniamo. Il Brasile si butta in avanti ma non passa e chiudiamo il primo tempo in vantaggio. Nell’intervallo il consenso è che stiamo giocando bene e ce la possiamo fare.

Riprende la partita. L’assalto del Brasile è sempre più violento, finché a metà del secondo tempo Falcao prende palla e pareggia con un tiro dal limite (che scopro solo oggi essere stato deviato da Bergomi, perlomeno a detta di Zoff; minuto 5:31 nel filmato qui sotto). 2 a 2. Mancano venti minuti. Col pareggio passano loro. Ma noi oggi siamo fortissimi. Siamo sicuri di esserlo. Noi abbiamo Paolo Rossi. Che infatti cinque minuti dopo sbuca da una mischia in area e fa il suo terzo goal della partita. 3 a 2. Grande esultanza in campo e nel bar. Il panama del signore vola via e prima di tornare al suo legittimo proprietario fa un giro sulle teste di ciascuno di noi.

Ma la partita non è ancora finita. C’è ancora tempo per il goal di Antognoni. Annullato. Per un fuorigioco. Che non c’era. Ma è giusto così: in quella partita doveva segnare solo Paolo Rossi. Se fosse finita 4 a 2 non sarebbe stato altrettanto bello. E non ci sarebbero state le condizioni per la parata miracolosa di Zoff all’ultimo secondo della partita. Zoff che era forte perché sapeva piazzarsi bene ma Zoff che non si tuffava mai. Zoff che si tuffò su un colpo di testa a botta sicura da pochi metri e fece LA parata.

E, soprattutto, se il goal di Antognoni non fosse stato annullato, avrebbe spezzato il ritmo di Rossi e il ritmo di Rossi non poteva più essere spezzato.

La semifinale contro la Polonia consistette nell’attraversare il campo con sicurezza diretti verso la finale e mentre lo si attraversava segnare due goal, prima con Rossi e poi, indovina un po’, di nuovo con Rossi. Una formalità, tanto che il bagno nel fiume, così spontaneo dopo la vittoria col Brasile, sembrò quasi una forzatura, cosa esulti per una cosa che era ovvio che sarebbe andata così.

L’epica delle semifinali si era tutta riversata nell’altra partita, Francia – Germania, 1 a 1 dopo i regolamentari, l’uscita micidiale di Schumacher su Battiston, poi la Francia che va in vantaggio 3 a 1 ai supplementari e la Germania che riesce comunque a pareggiare e andare ai rigori, la prima partita della storia dei mondiali che finisce ai rigori, Stielike disperato in lacrime, e poi la vittoria della Germania, magistralmente rivisitata anni dopo da un gruppo di ragazzi francesi.

Mitico, certo. Ma di tutto questo a noi non ce ne fregava niente. Noi eravamo focalizzati al laser sui preparativi per la nostra finale. La sala del Bar Acli non sarebbe bastata a contenere tutti i potenziali spettatori, così Vittorio del bar decise di mettere il televisore fuori, nello spiazzo che dava sul campo da bocce. Era il 1982. Le tv a colori erano arrivate relativamente da poco (in casa mia giusto in tempo per i mondiali del 1978), gli schermi giganti erano ancora fantasia. Così ci ritrovammo in duecento e passa a guardare un televisore che sarà stato un 25 pollici a dir tanto. Ma tanto noi eravamo in prima fila, e il signore col panama c’è, è lì in mezzo a noi. Antognoni invece non c’è, si è fatto male con la Polonia. Al suo posto, per lo stupore di tutti, Bergomi. E dopo pochissimi minuti non c’è più nemmeno Graziani. Entra Altobelli. A metà del primo tempo ci danno un rigore. Lo tira Cabrini quando ancora il fumogeno che qualcuno ha tirato sul dischetto non s’è spento del tutto. E lo sbaglia. Un rigore tirato malissimo. Ma non c’è problema, è ovvio che non potesse segnare. Perché lo sapevamo tutti chi è che doveva segnare. E al 12′ del secondo tempo segna. Paolo Rossi. Sesto goal consecutivo. Tre al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania. tardelli_1982-kjsh-672x351ilsole24ore-webVa bene così, ora c’è di nuovo spazio per gli altri. È un mondiale ordinato. E per fare le cose ordinate segniamo ogni 12 minuti. Al 24′ Tardelli segna e diventa un poster. Al 36′ ci pensa Altobelli a chiudere i discorsi. Poi forse segna pure un tedesco, chi lo sa, chi se ne frega. Nando Martellini scandisce Campioni del mondo Campioni del mondo Campioni del mondo, Pertini agita la pipa, gli anni ’80 possono cominciare.

 


 

Se ti piacciono le favole calcistiche, potrebbe piacerti La mossa del tapiro. Se hai kindle unlimited è gratis.

 

La misura dell’impresa del Leicester

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Poiché noi una favola calcistica l’abbiamo scritta per davvero (e usando molta meno enfasi retorica degli articoli che si leggono in questi giorni), possiamo permetterci di esaminare l’impresa del Leicester con lo strumento meno retorico che ci sia: i numeri.

In particolare, esaminiamo la varietà dei principali campionati calcistici europei: quanto sono dominati sempre dalle stesse squadre? Quanto è raro che vinca un outsider totale? Vediamo cosa è successo negli ultimi vent’anni, escludendo l’annata ancora in corso.

Inghilterra – vittorie negli ultimi vent’anni

Manchester United         11

Chelsea                               4

Arsenal                               3

Manchester City              2

Quindi: quattro squadre hanno vinto lo scudetto. 18 degli ultimi 20 scudetti sono stati vinti dalle stesse tre squadre, 15 di questi da due squadre sole. Numero massimo di vittorie consecutive del Manchester United: 3. Numero massimo di anni passati dal Manchester United senza vincere: tre.

Allargando lo sguardo alla storia complessiva del campionato inglese: sono 23 le squadre che hanno vinto il campionato. L’ultima volta che una squadra ha vinto il suo primo scudetto è stato nel 1977-78 (Nottingham Forest). La penultima volta nel 1971-72 (Derby County) (Entrambe squadre allenate da Brian Clough, sulla cui storia approfittiamo per segnalare l’ottimo libro Maledetto United). In totale le tre squadre più titolate (Manchester United, Liverpool e Arsenal) hanno vinto il 44% dei campionati disputati.

Spagna – vittorie negli ultimi vent’anni

Barcelona                          9

Real Madrid                       6

Atlético Madrid                2

Valencia                             2

Deportivo                          1

17 degli ultimi venti scudetti sono stati vinti dalle stesse tre squadre, 15 da due. Numero massimo di vittorie consecutive del Barcelona: Il massimo di anni senza una vittoria del Barcelona: 5.

In tutta la storia del campionato spagnolo, solo nove squadre hanno vinto. Il Real da solo ha vinto il 38% dei campionati. Se sommiamo quelli vinti dal Barcelona arriviamo al 65%. Con l’Atlético Madrid siamo al 77%: più di tre campionati su quattro vengono vinti da una di queste tre squadre. Ultima “prima volta”: 1999-2000, con il Deportivo. Penultima: 1980-81, Real Sociedad.

Germania – vittorie negli ultimi vent’anni

Bayern München             12

Borussia Dortmund         4

Wolfsburg                          1

Werder Brema                 1

Stuttgart                            1

Kaiserslautern                   1

Sedici scudetti su venti vinti da due sole squadre. Numero massimo di vittorie consecutive del Bayern: 3. Massimo di anni senza una vittoria del Bayern: 2.

In totale sono ben ventinove le squadre ad aver vinto il campionato tedesco. Per questo, nonostante il dominio del Bayern, le tre squadre più titolate (Bayern, Nürnberg e Borussia Dortmund) hanno vinto “solo” il 41% dei campionati. L’ultima “prima volta” è piuttosto recente: il Wolfsburg, nel 2008-09. Ma la penultima è lontanissima: 1969-70, il Borussia Mönchengladbach.

Italia – vittorie negli ultimi vent’anni

Juventus              8

Inter                     5

Milan                    4

Roma                   1

Lazio                    1

(nota: abbiamo considerato l’albo d’oro ufficiale della Lega Calcio)

17 scudetti su 19 vinti da tre squadre, 13 da due. Numero scudetti consecutivi della Juve: 4. Massimo di anni senza una vittoria della Juve: 8 (vedi la parentesi precedente).

In totale sono sedici le squadre ad aver vinto lo scudetto. Tra Juventus, Inter e Milan si arriva al 61% delle vittorie. L’ultima prima volta è stata quella della Sampdoria, nel 1990-91; poco prima c’era stata la prima volta del Napoli, nel 1986-87.


Riassumendo: tra i quattro campionati maggiori d’Europa, quello che da più tempo non vede(va?) una prima volta è proprio quello inglese, da quasi quarant’anni. Se domani o nelle prossime giornate il Leicester riuscirà a portare a casa il titolo, questo dà la misura dell’impresa.

La squadra che più ha dominato il suo campionato negli ultimi vent’anni è il Bayern, ma per converso quando non vince il Bayern è il campionato tedesco a essere quello più vario (e infatti la prima volta più recente è quella del Wolfsburg, nel 2008-09). La più vincente delle seconde è il Real Madrid, la più vincente tra le terze è il Milan. In Italia sono stati particolarmente vari i dieci anni dal 1982-83 al 1991-92: ben sette campioni diversi.

Se ci allontaniamo dai quattro campionati maggiori, le cose diventano più strane. Per esempio in Francia gli ultimi dieci campionati sono stati vinti da sei squadre. E negli ultimi vent’anni sono dieci le squadre arrivate al titolo. E nonostante la varietà dei vincitori è anche il campionato con la striscia vincente più lunga: l’Olympique Lyonnais è stato vincitore per sette anni di fila.

All’estremo opposto c’è uno dei campionati meno vari in assoluto: quello portoghese, dominato a tal punto da tre squadre (Porto, Benfica e Sporting Lisbona) che su 81 campionati solo due volte ha vinto una squadra diversa da queste tre: il Boavista nel 2000-01 e il Belenenses nel 1945-46.


Per gli amanti di numeri e statistiche: a questo link c’è la tabella completa utilizzata come base per questo pezzo.

merrderber della foresta

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In un affascinante thread su reddit ripreso su upvoted si racconta la storia di Sara Cave, nickname merrderber, nata e cresciuta nel villaggio di Rarongozo nella foresta tropicale dell’isola Rendova dell’arcipelago delle Solomon (no, Rarogonzo NON C’È SU GOOGLE MAPS!).

Sara ha 20 anni (forse, sull’isola non ci sono certificati di nascita) e si è trasferita in Australia per studiare quando era piccola (a cinque anni, o forse a sette). Una volta all’anno però ritorna al suo villaggio che conta una popolazione di… sette persone (quindici durante le vacanze).

Questa volta Sara ha portato una macchina fotografica e un caricatore a energia solare per documentare la vita nella foresta. E su reddit ha risposto anche a un bel po’ di domande.

Perché lasciare il villaggio?

La scuola più vicina è a due ore di cammino. Due ore alla mattina e due ore alla sera. In più il sistema scolastico non prevede errori: non essere promossi significa dover abbandonare la scuola e restare a vivere per sempre nel villaggio.

La routine quotidiana?

Sveglia alla mattina, bagno nel fiume, pulizie varie, colazione, ancora un po’ di pulizia, pranzo, andare a raccogliere provviste (o se no semplicemente giocare), tornare e cominciare a preparare la cena, mangiare e poi passare il resto del tempo parlando e divertendosi.

Crescere i bambini.

“Sono stata tenuta in braccio da così tante persone e ho avuto così tante babysitters. Ho anche preso il latte da tanti seni diversi perché mia madre era sempre occupata. Questo è come si viveva.”

L’impatto con l’Australia?

La più grande differenza è la mancanza di persone che si parlano. Al villaggio tutti conoscono tutti e tutti parlano ininterrottamente con tutti. In Australia mio padre non conosceva nemmeno i suoi vicini di casa! E non rivolgeva loro parola!

Guardare la TV per la prima volta?

Mi sa che è una sensazione simile a chi assume una droga per la prima volta. È stato straordinario e spaventoso. La mia mente era così confusa ma anche affascinata. Ah, i cartoni animati per bambini fanno paura.

Sara risponde anche a molte altre domande su (tra le altre) coccodrilli, cannibali, sacrifici, sesso, nostalgia e visitatori indesiderati.

Buona lettura!

Un nuovo libro

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Abbiamo deciso di scrivere un altro libro ambientato nel mondo del Tapiro. Il Tapiro venne concepito e creato essenzialmente su FriendFeed e una volta pubblicato (anche prima, a dire il vero) ci rendemmo conto che molte delle discussioni, anche accese, che avevamo avuto su molti dettagli della storia (mappe, usi e costumi, tempi, clima, locations, tecniche sportive, eccetera) sarebbero state interessanti di per sé e avremmo potuto farle pubblicamente guadagnandoci certamente in ricchezza.

Abbiamo deciso di aprire una stanza sul social network frenf.it, dando fiducia così a questa piattaforma, alla comunità che la frequenta e a Michele (il suo creatore), dove finiranno le nostre discussioni, che questa volta saranno pubbliche. Siete quindi invitati, se interessati a questo processo, a iscrivervi. Il nome in codice per il progetto è “Interprete”, il nostro team di soggettisti ha già messo in piedi un plot, presto cominceremo a scannarci su ogni dettaglio.

Magari non sveleremo tutto tutto nella stanzetta. Però certo se in futuro volete leggere il libro senza esservelo spoilerato prima è meglio non iscriversi. D’altro canto, vedere il dietro le quinte di come nasce un libro a sei mani può essere interessante, così come partecipare a qualche discussione folle su questo o quest’altro tema.

La stanza è questa: http://www.frenf.it/earlyadopters/Interprete

Per salvare la foresta facciamo anche questo

Una tribù nella parte ecuadoriana della Foresta Amazzonica ha deciso di dedicarsi alla coltivazione del cocco, abbandonando la caccia, pur di salvare la foresta.

(via Sciencedaily)

Natale nella foresta

Seduto su una grossa radice, tra l’ombra e il sole, Antônio guardava il villaggio muoversi, gli uomini tornare dalla caccia, le donne affaccendate, i bambini che sembravano dappertutto nello stesso momento. Sono in questo villaggio da tredici giorni, tredici tacche su quell’unico tronco che mi hanno permesso di toccare, le ho contate e ricontate. A casa staranno organizzando i soccorsi, un elicottero di certo arriverà a momenti, se non oggi domani, dopodomani al più tardi. Guardò quasi senza vederlo un petalo bianco, un pappo, un grumo di polline che galleggiando nell’aria calda gli si era posato sul braccio. Sembra un fiocco di neve, pensò. Non che lui l’avesse mai vista dal vero, la neve, avendola conosciuta soltanto al cinema e nei libri, ma era certo di sapere com’era. E il pensiero della neve improvvisamente si saldò col conteggio dei giorni che aveva appena fatto: la neve, sono arrivato qui tredici giorni fa, sono partito da Monte Dourado il quattro dicembre, poi i giorni lungo il fiume, la jeep, la neve… Tra due giorni è Natale!

DOPODOMANI SARA’ NATALE! Questa è una notizia urgente, devo dirlo a qualcuno, è Natale! È Natale, devo dirlo…

Non c’era nessuno a cui dirlo.

Non mancavano le persone, anzi, i cacciatori erano tornati dalla battuta con le carcasse di due animali enormi e si stavano radunando nella radura, non vedevano l’ora di mettersi a giocare, chissà dove erano stati a caccia: avevano tutte le gambe sporche di una sostanza giallognola che sembrava appiccicosa e, Antônio non si sbagliava, molto puzzolente. Le donne erano ovunque, chi non stava giocando cuoceva cose imprecisate sui fuochi, altre erano in disparte che ridevano e chiacchieravano. I bambini erano dappertutto, rumorosi e irrefrenabili. Però non c’era nessuno a cui dirlo, quella lingua incomprensibile non consentiva nessuna comunicazione neanche minimale. Non c’era nessuno a cui dirlo: *è Natale, i regali, i bambini…*

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La visita

moschettoneArriviamo al campo di allenamento con la nebbia che si è appena diradata e per terra è ancora tutto gelato. Yamandé ci aspetta sulla porta degli spogliatoi coperto da un pesante giaccone della squadra, è assieme a una signora molto elegante che assomiglia in modo incredibile a Concita De Gregorio.

La Signorina A., mia figlia, si ferma incerta. «Quello lì è Yamandé?» mi chiede, «me lo aspettavo più alto.»

La Signorina A. è molto sensibile alla questione altezza, come tutti i piccoli. Le dò una pacca sulla spalla che è anche una piccola spinta e ricominciamo a camminare, A. non oppone resistenza.

La telefonata è arrivata ieri sera, Yamandé si era detto disposto a incontrarmi in modo del tutto eccezionale, sanno tutti che non parla con la stampa. Io però non sono “la stampa”, tanto meno mia figlia, aver domandato se poteva venire anche lei ha definitivamente chiarito la mia posizione. All’aeroporto di Bologna c’era un autista ad aspettarci molto cerimonioso e loquace. Si sarà scusato mille volte per la nebbia e per il fatto che probabilmente ci avremmo messo più dell’ora prevista per arrivare a destinazione. L’accento emiliano mi mette comunque di buon umore, anche quando fuori dal finestrino è tutto uniformemente grigio.

«A che squadra tieni?» ha chiesto ad A. prendendola per un maschio.

«Al Genoa» ha risposto lei senza esitazione chiudendo la conversazione.

La signora si fa avanti decisa, ci saluta in un inglese con accento americano, mi rendo conto che è Isabel solo dopo che lei si è presentata. Yamandé resta sulla porta, sembra combattere l’istinto di sedersi per terra, si piega sulle gambe per un attimo e poi ritorna dritto. Rimane girato di tre quarti, ci guarda di sottecchi, ha effettivamente un linguaggio del corpo inusuale. A. ignora completamente Isabel e si mette di fronte a Yamandé che le dice «Ciao» in italiano. Dopo trenta secondi stanno andando insieme verso il campo con un pallone sotto al braccio. Io vorrei seguirli ma il fiume di parole di Isabel mi stordisce e non vorrei apparire scortese.

«… sono anime fragili, da proteggere, sono come le ali delle farfalle, basta toccarle e non volano più, è per questo che sta lontano dai riflettori e, chissà, non gliel’ho mai chiesto, è per quello che ha scelto una squadra di secondo piano. Per loro i soldi non significano niente, sono solo frammenti di un mondo che non conoscono utili in qualche scambio, non hanno l’idea delle quantità, cento, mille, un milione, non c’è molta differenza…»

Il fiato si condensa dalle nostre bocche quando parliamo, sono intirizzito dal freddo e vorrei almeno entrare negli spogliatoi ma Isabel non mi dà tregua. A. e Yamandé nel frattempo si stanno passando la palla. Chissà se Yamandé è consapevole dell’età di A., chissà se ricorda cosa significa avere 12 anni e giocare a calcio con uno sconosciuto.

«…primi in classifica è stata certamente una sorpresa. Però c’è qualcosa di animale in loro, di primordiale. Ma mi dicevi che vivete in Inghilterra?» modifica il suo accento e lo fa diventare britannico, «sono appena stata a Londra, una terra antica, la sento vibrare sotto ai tacchi, lo vedo negli occhi della gente…»

A. sta dicendo qualcosa a Yamandé, non posso immaginare in quale lingua. Dubito che in questi pochi mesi lui sia arrivato a capire bene l’italiano (o forse mi sbaglio?) e non credo proprio che lui parli inglese. Ridono. Anche il suo gesticolare è strano, ma forse non sta gesticolando, sta parlando nella sua lingua. Porta la palla fuori area corricchiando e subito si capisce che nel suo fisico c’è qualcosa di speciale. Ogni movimento è perfettamente misurato, ha qualcosa di felino.

«…non è facile ritornare nel villaggio, pensavo avrebbe sofferto maggiormente questo clima, il freddo, è una cosa a cui noi brasiliani non siamo affatto abituati, specialmente loro, io stessa quando ho lavorato a Ginevra, nonostante la sensazione eccitante di sentire tutti i fili che muovono il mondo passarmi accanto, di poterli toccare e modificare ben sapendo che ogni piccola perturbazione poteva causare all’altro capo grandi cambiamenti e così effettivamente è stato, Ginevra è in un certo senso il centro delle maree… Ma cosa stavo dicendo? Ah sì, che nonostante tutto questo ho sofferto il freddo, è stata molto dura per me…»

Il campo di allenamento è nel cuore della piccola città e, chissà, potrebbe non essere troppo diverso da quello di Macapá. Yamandé ha appoggiato la palla per terra, sorride sornione, prende la rincorsa e tira. Sarà che sono disabituato a vedere calcio dal vivo, in fondo stiamo comunque parlando di Serie A, nonostante l’apparente leggerezza del colpo il tiro mi pare violentissimo. La palla viaggia dritta e senza parabola a mezzo metro da terra e va a stamparsi prima su un palo poi sull’altro. Ridono, Yamandé fa un gesto a mia figlia, si mettono a correre e in men che non si dica si sono arrampicati sulla recinzione e sono spariti al di là. Isabel non sembra essersene accorta.

«…nessuna notizia, e questo non è necessariamente un segnale positivo, può darsi che questo che loro vivono come un bombardamento abbia avuto conseguenze che non ci aspettavamo, traumi, chissà…»

«Scusa se ti interrompo Isabel, ti dispiace se andiamo a vedere che fine hanno fatto?»

Li troviamo nel parco adiacente al campo su uno degli alberi più alti. A. sta spiegando qualcosa, Yamandé sorride, il sole finalmente è riuscito a farsi vedere anche se la temperatura non sembra voler aumentare. Il brivido che sento lungo la schiena non ha niente a che fare con il freddo, comunque. Se si spezza quel ramo…

«Mi hanno detto che si arrampica spesso su quegli alberi, la gente di qui è abituata e non ci fa più caso, in questo parco vengono le mamme con i bambini piccoli e non è raro vederlo giocare con loro, insomma, come ti dicevo sono molto particolari, hanno una spontaneità atavica che noi abbiamo perso, perfino i giornali scandalistici hanno smesso presto di occuparsene, sono così naturali, così veri, che questi comportamenti appaiono alla fine perfettamente naturali…»

Dopo due ore siamo già sull’aereo di ritorno. Alla fine sono riuscito a parlare con Yamandé per non più di trenta secondi, Isabel invece ha insitito per avere il mio numero, ha detto che ci sono ancora molte cose di cui dobbiamo parlare, magari per il prossimo libro. La Signorina A. tiene in mano una punta di freccia in bambù dalla manifattura sorprendentemente raffinata, con decorazioni alla base che ricordano piccole rane che si intrecciano tra loro. Evidentemente al controllo se la sono fatta sfuggire.

«Te l’ha regalata lui?»

«Sì, ha detto che viene dalla foresta. Vedi la punta che è più scura? È per il curaro, il veleno che usano.»

«E adesso non è velenosa? Se ti tagli che succede?»

«Ha detto di no, comunque ci sto attenta, così non ci sbagliamo.»

«E tu cosa gli hai regalato?»

«Il mio moschettone. Gli ho anche insegnato a usarlo. Mi ha ringraziato ma mi ha anche detto una cosa strana.»

«Cosa?»

«Ha detto che a volte è meglio cadere.»